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25/03/09

GAZA - Restiamo Umani - dicembre 2008 gennaio2009 - di Vittorio Arrigoni

Cari Hermanos,
il nostro adagio "RESTIAMO UMANI" ,
diventa un libro.

E all'interno del libro il racconto di tre settimane di massacro,
scritto al meglio delle mie possibilità,
in situazioni di assoluta precarietà,
spesso trascrivendo l'inferno circostante su un taccuino sgualcito
piegato sopra un'ambulanza in corsa a sirene spiegate,
o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna
all'interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt'attorno.
Vi avverto che solo sfogliare questo libro potrebbe risultare pericoloso,
sono infatti pagine nocive, imbrattate di sangue,
impregnate di fosforo bianco,
taglienti di schegge d'esplosivo.
Se letto nella quiete delle vostre camere da letto rimbomberanno i muri
delle nostre urla di terrore,
e mi preoccupo per le pareti dei vostri cuori
che conosco come non ancora insonorizzate dal dolore.

Mettete quel volume al sicuro,
vicino alla portata dei bambini,
di modo che possano sapere sin da subito di un mondo a loro poco distante, dove l'indifferenza e il razzismo fanno a pezzi loro coetanei come fossero bambole di pezza.
In modo tale che possano vaccinarsi già in età precoce
contro questa epidemia di violenza verso il diverso e ignavia dinnanzi all'ingiustizia.
Per un domani poter restare umani.

I proventi dell'autore,
vale dire Vittorio Arrigoni,
me medesimo,
andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all'orrenda strage,
affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto (devolverò i miei utili e parte di quelli de Il Manifesto al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, sito web:
http://www.pcdcr.org/eng/ , per finanziare una
serie di progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati ).

Nonostante offerte allettanti come una tournee in giro per l'Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all'inferno,
qui a Gaza.
Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato :"e' arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare"), ma soprattutto perché qui ancora c'è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate.

Non avremo certo gli stessi spazi promozionali di un libro su Cogne di Bruno Vespa o una collezione di lodi al padrone di Emilio Fede,
da qui nasce la mia scommessa,
sperando si riveli vincente.

Promuovere il mio libro da qui, con il supporto di tutti coloro che mi hanno
dimostrato amicizia, fratellanza, vicinanza, empatia.
Vi chiedo di comprare alcuni volumi e cercare di rivenderli se non porta a porta quasi, ad amici e conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di università, compagni di
volontariato, di vita, di sbronza.
E più in là ancora, proporlo a biblioteche,
agguerrite librerie interessate ad un progetto di verità e solidarietà.
Andarlo a presentare ai centri sociali e alle associazioni culturali vicino a dove state.

Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città, (io potrei intervenire telefonicamente, gli eventi sarebbero pubblicizzati su Il Manifesto, sui nostri blog e aggiro per internet)
e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi,
legarsi.
Non siamo pochi, siamo tanti,
e possiamo davvero contare,
credetemi.

Il libro lo trovate fin d'oggi nelle edicole con Il Manifesto,
e fra due settimane nelle librerie.

Confido in voi,
che confidate in me,
non per i morti
ma per i feriti a morte di questa orrenda strage.

Un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce.

Restiamo umani.

vostro mai domo

Vik

Per ordinare online i libri:

http://www.manifestolibri.it/vedi_autori.php?autor=Vittorio%20Arrigoni#

fonte: guerrilla radio dixit del 20/03/2009

24/02/09

L'Atlante per l'ambiente - Analisi e soluzioni

Ho acquistato online questa importante pubblicazione "L'Atlante per l'Ambiente" Le Monde Diplomatique / Il manifesto al modico prezzo di €uro 8,00, soldi spesi bene, con spedizione Postale gratuita!

"La pubblicazione è costituita da agili testi inediti di approfondimento, a firma dei maggiori esperti, accompagnati da 150 carte e grafici dedicati ai grandi problemi dell’ecologia.
Un’articolata riflessione collettiva introdotta da Ignacio Ramonet e coordinata da Dominique Vidal, Philippe Bovet, Agnes Sinai e Philippe Rekacewicz, responsabile dell’equipe dei cartografi.

L'Atlante per l'Ambiente. Analisi e soluzioni. 96 pp., 150 cartine e grafici."

Lo consiglierei a tutti gli insegnanti delle scuole, utile per informare con grande cognizione causa, gli studenti della reale situazione della nostra terra, per istruirli e indirizzarli ad una vita migliore ed alla cultura del rispetto personale ed ambientale; lo consiglierei a tutti quelli che sono incazzati neri col mondo per come và, per creare coscienza, perchè i media ne parlano così poco, lo consiglierei da usare come manuale di difesa!

Dopo un'interessante introduzione di Ignacio Ramonet direttore di Le Monde diplomatique con Paura e profitti, la pubblicazione si articola in due sezioni:
1| Ciò che minaccia il mondo
2| Ciò che può salvare il pianeta
aiutano a comprendere i pericoli che incombono sull’umanità nel XXI secolo:
il vuoto giuridico internazionale sulle responsabilità delle imprese nei disastri ambientali; le cause e gli effetti dell’incontrollabile sconvolgimento del clima; l’impatto delle catastrofi naturali e di quelle ecologiche sull’ambiente e sulla diversa qualità di vita delle persone, nel Nord e nel Sud del pianeta.
E servono a individuare le poche cose che si possono fare subito, per proteggere l’ambiente dagli appetiti neoliberisti, rispettandolo in quanto bene comune.

01/05/08

La storia della Ballerina e l’Ultras

La ribellione, la violenza, la deriva politica. Il fascino spaventoso delle curve italiane in un romanzo della scrittice livornese Elisa Davoglio. «Onore ai diffidati», l’immersione di una donna nel ventre del tifo

Atala è un romanzo di François-René de Chateaubriand, il nome di un’eroina, di una donna forte, unica nel suo genere, una donna che odora di bene. Nel romanzo di Elisa Davoglio Onore ai diffidati (Mondadori, 16 euro) Atala diventa altro, un’eroina storta che puzza di male e confusione. «Non è un bel personaggio - dice l’autrice della sua creazione - come del resto la storia che racconto non ha certezze».
La trama è semplice nella sua complessità. Atala è una bella livornese di vent’anni che come tante livornesi ha deciso di lasciare il mare, il porto, i muri coperti dalle scritte dei tifosi amaranto per approdare in una grande metropoli agitata e forse anonima. In una Milano evanescente Atala comincia a perdere i pezzi di sé, si iscrive all’università ma non riesce a studiare molto, ha un gatto ma non riesce (come Audreuy Hepburn in Colazione da Tiffany) a dargli un nome, danza ma non riesce a trovare un baricentro. Trova un ragazzo però: Luca. E su di lui punta tutto. Forse troppo. Quando Luca viene arrestato dalla polizia il mondo di Atala, già precario, precipita. L’accusa è spaccio legato alle tifoserie calcistiche. Ed è così che la ragazza scopre che l’uomo con cui ha condiviso il letto e a cui ha insegnato le cinque posizioni della danza classica è un ultras della mitica Fossa dei leoni e che in fondo non lo conosce veramente. Il libro è quindi un viaggio che facciamo insieme ad Atala nel mondo di Luca, degli Ultras e in generale nelle contraddizioni della nostra società.
reportage sul tifo. Interessava il mio punto di vista femminile. Sono sempre stata una ragazza sportiva. Il calcio mi piace, so cos’è un fuorigioco, ho alle spalle il rigore della danza, il nuoto sincronizzato, ho persino scoccato frecce. Quando ho cercato di contattare dei tifosi mi sono trovata davanti ad un muro. Molta diffidenza. ’Che cavolo vuoi? Vai a quel paese’, mi dicevano. Ero la ficcanaso, quella che chiedeva troppo. Più il muro diventava alto, più volevo capire». Il punto di partenza della Davoglio era l’inquietitudine generata dal male, dalla non chiarezza delle immagini degli scontri domenicali: «facevo come tutti l’equazione ultras uguale violenza. I ragazzi con passamontagna e spranghe mi facevano«Questo libro ha un inizio casuale. La primavera scorsa mi era stato dato il compito di fare un paura, ma mi incuriosivano anche. Non riuscivo ad accontentarmi delle spiegazioni dei media, volevo approfondire la faccenda. Quindi ho deciso consapevolmente che lo strumento reportage non era utile per capire fino in fondo questo mondo. Dovevo usare l’immaginazione, la fantasia, il romanzo. Perché solo così avrei avuto la possibilità di cogliere le sfumature e tutte le contraddizioni. Solo così mi sarei liberata dai pregiudizi moralistici. Il mio obbiettivo era quello di non giudicare, ma di descrivere qualcosa che per il mio Io di prima poteva essere inspiegabile. La mia immersione doveva essere totale, ma senza verdetti».
Elisa Davoglio, 32 anni, conosciuta soprattutto per la raccolta Olio Burning (Perrone, 2006), ha trovato proprio nella sua scrittura morbida, sinuosa, estremamente precisa il suo maggiore alleato. «Agli ultras non ho mai detto bugie. Non mi sono mai finta altro da me. Gli dicevo ’che male può farvi la poesia?’, mi sono fatta conoscere per quella che sono, Elisa Davoglio, poetessa. Poi ho consigliato loro di guardare su internet. Quando scoprivano che non ero la solita giornalista impicciona si aprivano, alcuni mi hanno anche fatto leggere le loro poesie. In generale parlare con gli ultras mi ha fatto capire molto. È un mondo vario. Fatto di tante appartenenze dove convivono il ragazzo ricco con l’ambulante, un mondo fatto di treni, stazioni, trasferte, riti sempre uguali. Dove il gruppo è tutto, è forte, compatto, esaltato, cattivo. Dove ogni personalità è cancellata e dove si ha l’illusione di realizzare un’esistenza. Ho avuto un grande aiuto dal sito www.asromaultras.it e in particolare da Lorenzo Contucci che lo cura. Lorenzo è un avvocato, un ex ultras ed è lui che mi ha fatto capire in termini legali cosa significa una diffida».
Il mondo del calcio nel romanzo della Davoglio esce fuori come un mondo contorto, violento, pericoloso. Un calcio in continua mutazione genetica, corrotto dai soldi e dai procuratori. Ma l’autrice invece ha voluto iniziare la sua danza letteraria con un’immagine sana dello sport: «ho inserito nelle prime battute la figura di Rossano Giampaglia. Lui ha allenato l’Under 21, da giovane ha fatto il centrocampista, accompagnava la nazionale maggiore, era amico fraterno di Marcello Lippi. Ha assaggiato la serie A con la Sampdoria e poi militato in B e C. Per noi era e rimane soprattutto un livornese. Un uomo che aveva scelto una carriera in tono minore per stare vicino alla sua gente, al suo mare. Si è arreso alla leucemia, ma il suo sorriso è molto caro a noi triglie livornesi. Atala lo incontra per caso in un maneggio, Atala che dice qualcosa di casuale sul calcio, Giampaglia che le chiede ’sei mai andata allo stadio?’ e poi la porta a vedere la partita. Ecco questo è successo a me Elisa ed è l’unico episodio autobiografico di questo romanzo. Mi serviva l’energia di quel sorriso per descrivere il dopo, il gorgo in cui si infila il mio personaggio».
Questa Livorno «dove si nasce tifosi come si nasce comunisti», questa città sana, incompresa, dove le ragazze all’esame di maturità «portano i sandali e hanno i segni dei lacci del costume dietro le spalle», questa Livorno è il motore di tutto. A Livorno essere di sinistra è nel dna, si nasce veramente comunisti: «anche Atala in fondo lo è, ma non ne ha consapevolezza» ed è questa Livorno che scorre nel sangue della Davoglio che trasforma Onore ai diffidati in un libro sulla politica, un libro che riflette il presente.
«La vicenda è ambientata a Milano perché mi interessava parlare della Fossa dei Leoni. Con lei è nata nel 1968 la storia della tifoseria Milanista. Gruppo apartitico, misto, tosto. La Fossa si è sciolta dopo un lungo conflitto strisciante che aveva preso a pretesto il furto di uno striscione ad opera di ultras juventini. La Fossa venne accusata di aver chiesto l’intermediazione della Digos. Un fatto inaccettabile per le regole degli ultras. Per protesta, perché presa di mira, la Fossa si è dovuta sciogliere. Però parlando con gli ultras la fossa rimane l’Eden, l’ideale. Oggi c’è una pericolosa deriva verso l’estremismo di destra soprattutto, ma anche di sinistra. La politica entra nello stadio di prepotenza, perché il calcio è stato svuotato dei suoi valori. Troppe partite, troppa tv, troppi soldi. Non a caso Luca, il taciturno, è una della Fossa. È leale Luca, la sua estrema onestà è qualcosa che potrebbe portare alle estreme conseguenze. Ha questa tendenza al martirio che non può esprimere. Ha gambe forti e delicate insieme. Ma come gli antichi brigatisti potrebbe premere un grilletto da un momento all’altro ed uccidere per integrità. Fa una tesi sull’eversione nera e rossa degli anni ’70, ha un eskimo, un motorino scassato. Sono una zecca certa, dice di se stesso, una zecca di una sinistra non più di moda. È uno che sarebbe pronto ad affrontare quello che c’era prima, gli scontri, la targa da terrorista, ma sa che adesso è tutto diverso, sa che la rivoluzione non tornerà, perché non solo è proibito farla, ma anche pensarla. Luca è un personaggio positivo, estremamente buono, ma anche estremamente pericoloso».
C’è molta riflessione sulla politica di oggi nel romanzo della Davoglio. «Quando Atala va nel quartiere di Luca lo trova abbandonato, con i lampioni rotti. L’italiano quando ha dei problemi pratici è facile abbindolarlo. La destra ha fatto questo. Ha detto al popolo che il problema sono i Rom, gli stranieri e il popolo ha creduto a questa bugia attanagliato dalla paura della povertà. La sinistra non ha colto il disagio, anche perché ormai è lontana dalla gente. Non c’è più lo scontro sociale. Anche i boicottaggi sono all’acqua di rose, si partecipa alle maratone contro il nucleare indossando scarpe Nike. Le sedi dei partiti sono tutte in zone eleganti e in generale la sinistra oggi è pariolina e radical-chic. Vive nelle stesse modalità dell’estrema destra, nello stesso mondo, con gli stessi orizzonti. Forse vanno anche a cena insieme».
Questi orizzonti mischiati tra destra estrema e sinistra poco radicale sono ben descritti dall’autrice. Personaggi strani quelli di Onore ai Diffidati. Nessuno di noi vorrebbe incrociarli per strada, di certo non li vorremmo come amici. Alexhooligan, Azdin, il Pirata sono immersi ognuno nel suo lato oscuro. Amalia è bella, balla da dea, ma desidera una morte che non la deluda. Melissa è un’adolescente Lolita sua malgrado, sedotta da un quarantenne senza scrupoli. E poi c’è Marco. Il classico bravo ragazzo, studia da medico, ha una vita ordinata (troppo?). Però poi tra le pieghe della sua vita perbene, nel suo quartiere perbene, si scopre un’appartenenza a Forza Nuova, un odio estremo verso i migranti, un tifo malato e una furia devastatrice che lo ingoia. Marco, come in fondo Atala la ballerina che non sa ballare veramente, è solo. Fa l’amore sognando lo stupro che un giorno forse farà. Accoltella Marco. Fa male. Ha occhi devastati da un odio che l’autrice non ci vuole totalmente spiegare. Personaggi negativi che la Davoglio non giudica «perché per me è più importante l’uomo o la donna che ci sono dietro. La loro essenza che non mi voglio dimenticare». In questo Elisa Davoglio ci ricorda il Calvino de Il sentiero dei nidi di ragno, nessuno è vero carnefice o vera vittima. Tutti stritolati da un meccanismo che va oltre loro. Fermezza, violenza, estrema onestà di questi belli e dannati del terzo millennio.

28/04/08

Sul filo del tempo - Il racconto della prima staffetta partigiana

A chi le chiedeva di raccontare la sua esperienza nel campo di concentramento, l'ex partigiana triestina Ondina Peteani rispondeva scherzando:<Ah, poveri noi che abbiamo tanto ... soffritto>. L'ironia era un modo per proteggersi da "fango di Auschwitz" che le covava dentro e che infine l'avrebbe soffocata. Nata a Trieste il 26 aprile 1925 e scomparsa in quella stessa città il 3 gennaio 2003, Ondina Peteani è stata, secondo alcuni protagonisti della storia locale, la prima staffetta partigiana d'Italia. A ricostruire la biografia di Ondina (1)- <una vita tra la lotta partigiana, deportazione e impegno sociale> - è Anna Di Gianantonio, autrice di diverse monografie sul lavoro femminile operaio e saggi sulla Resistenza, responsabile dell'Archivio del Consorzio culturale del Monfalconese.

Ondina inizia, giovanissima, l'attività antifascista al cantiere navale di Monfalcone dove lavora come operaia. Il cantiere navale è un luogo di resistenza politica anche negli anni9 di massimo consenso a Mussolini, è facile dunque che si venga chiamati a fare la propria parte e reclutati. In quella zona agiscono nuclei clandestini comunisti e socialisti, nel 1935 gli operai lanciano manifestini contro la guerra coloniale all'Etiopia, nel '37 si alza in cielo un pallone con la scritta "Viva l'Urss. Morte ai criminali fascisti". Dal'36, è attivo un fondo comune, raccolto fra i lavoratori, che serve ad aiutare le famiglie di chi è colpito dalla repressione, si chiama Soccorso rosso.

Ondina partecipa alle riunioni che si tengono nelle case operaie, fa parte di una cellula del Partito comunista e della Brigata Fratelli Fontanot. Fra i suoi compiti c'è quello di portare agli operai di Padova e Udine le copie clandestine dell'Unità. Allora ha 15 anni. Quando è catturata dai nazisti, l'11 febbraio '44, ne ha 19. Da qualche tempo è diventata la partigiana Natalia, raccoglie cibo e armi per il famoso Battaglione triestino, e ha già subito il carcere: nel Friuli Venezia Giulia - ricorda la biografia di Ondina-, la resistenza armata al nazifascismo non prende corpo dopo l'8 settembre, ma esiste già dal 1942. E fin dal maggio 1941, nel quadro dei confini orientali italiani di allora, modificati dall'invasione italo-tedesca della Jugoslavia, tra il Friuli e la Slovenia occupata, icomunisti italiani combattono a fianco dei partigiani sloveni dell'Osvoboldina Fronta che lottano per liberare il loro Paese dal fascismo. In quel febbraio '44, Ondina-Natalia viene prima rinchiusa presso il comando delle SS di Trieste, poi trasferita nel carcere del Coroneo. A fine marzo dello stesso anno, è deportata ad Auschwitz, poi nel campo di Rawensbruck, e in seguito in una fabbrica di produzione bellica nei pressi di Berlino. Nella primavera del '45, nel corso di una marcia forzata che porta a Rawensbruck, fugge con "cinque compagne disperate e pronte a tutto" e raggiunge il piccolo paese di Ronchi solo a luglio, "dopo aver attraversato con treni di fortuna la Cecoslovacchia, l'Ungheria e la Jugoslavia".

E siamo all'immediato dopoguerra. A Trieste, nel Pci di Vittorio Vidali, stalinista di lungo corso, si riflette la rottura tra Tito e Stalin, del giugno '48. La politica divide le amicizie, anche quelle di Ondina. Anna Di Gianantonio racconta l'impegno politico dell'ex partigiana Natalia, prima nel Pci e poi nel Pds, la sua attività di promozione culturale nell'agenzia libraria degli Editori riuniti, luogo d'incontro per politici e intelettuali. Tirare il filo di una vita, cogliendo nell'atto pubblico anche il peso dell'elemento intimo non sempre è facile. Di Gianantonio cerca di farlo con rigore e con tatto, mostrando senza fronzoli l'aspetto di genere nell'impegno di Ondina -benchè lei non si deffinisse femminista. Cerca, la biografa, soprattutto di restituire il senso e la scommessa del comunismo storico novecentesco in quel contesto duro, generoso di frontiera. Come molti suoi coetanei, Ondina Peteani vive un'adolescenza di guerra e di scelte continue e drammatiche: dare la morte o riceverla, subire o ribellarsi, decidere a volte per gli altri. E molti sono gli spunti di riflessione che il libro suggerisce:< E' bello vivere liberi>, dice Ondine poco prima di morire. L'esperienza del lager -per la biografa "un vero spartiacque da cui si diparte un prima e un dopo" nella vita di Ondina -, le ha lasciato delle "pesanti eredità: sterilità, anoressia, depressione e calcificazioni polmonari", a cui ha cercato di reagire lavorando come ostetrica, occupandosi dei bambinidegli altri e poi adottando il figlio Gianni.
Ma il fango di Auschwitz le è comunque rimasto dentro: alla morte del marito, la depressione -sempre tenuta abada di misura- prenderà il sopravvento. Dopo la morte -scrive Anna Di Gianantonio- "il viso non era disteso, ma duro e contratto". Sul polso si leggeva il suo numero di deportata ad Auschwitz: 81672. Come ricorda il figlio Gianni, "quella era la cifra del suo estenuante male".
GERALDINA COLOTTI
(1)Anna Di Gianatonio, E' bello vivere liberi. Ondina Peteani, Una vita tra lotta partigiana, deportazione ed impegno sociale. Introduzione di Don Andrea Gallo, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, 2008, 15 euro (Trieta; e-mail: irsml@irsml.it)