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17/06/10

VIOLENZA SESSUALE "LIEVE" AI MINORI: ECCO I NOMI DEI SENATORI FIRMATARI

Ricevo e inoltro (senza commenti che è meglio)


Si erano inventati un emendamento proprio carino.

Zitti zitti, nel disegno di legge sulle intercettazioni avevano infilato l'emendamento 1.707, quello che introduceva il termine di "Violenza sessuale di lieve entità" nei confronti di minori.

Firmatari, alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l'abolizione dell'obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se - appunto - di "minore entità".

Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale "di lieve entità" nei confronti di un bambino.

Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c'è stato il fuggi-fuggi, il "ma non lo sapevo", il "non avevo capito", il "non pensavo che fosse proprio così" uniti all'inevitabile berlusconiano "ci avete frainteso".

Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i firmatari dell'emendamento 1707.

Annotateli bene:

sen. Maurizio Gasparri (Pdl),
sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania),
sen. Gaetano Quagliariello (Pdl),
sen. Roberto Centaro (Pdl),
sen. Filippo Berselli (Pdl),
sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania) e il
sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania).

Per la cronaca, il sen. Bricolo era colui che proponeva il "carcere per chi rimuove un crocifisso da un edificio pubblico" (ma non per chi palpeggia o mette un dito dentro ad una bambina);

il sen. Berselli è colui che ha dichiarato "di essere stato iniziato al sesso da una prostituta" (e da qui si capisce molto...);

il sen. Mazzatorta ha cercato di introdurre nel nostro ordinamento vari "emendamenti per impedire i matrimoni misti";

mentre il sen Divina è divenuto celebre per aver pubblicamente detto che "i trentini sono come cani ringhiosi e che capiscono solo la logica del bastone" (citazione di una frase di Mussolini).

...e ora votateli gente!

26/06/09

Il governo si prepara a criminalizzare 600 mila badanti

Bocciato l'emendamento che proponeva una sanatoria. Previste sanzioni anche per le famiglie che le ospitano
Decine di migliaia di badanti irregolari che da anni vivono e lavorano nel nostro paese rischiano adesso di ritrovarsi disoccupate e di precipitare nella clandestinità. Una situazione drammatica, che inevitabilmente finirà per ripercuotersi - anche dal punto di vista penale - sulle famiglie che le ospitano e che proprio alle loro mani hanno affidato la cura e l'assistenza di anziani, familiari malati e bambini.
E' quanto accadrà tra pochi giorni, quando il Senato avrà definitivamente approvato il disegno di legge sicurezza che, tra le altre cose, introduce anche il reato di clandestinità. Per scongiurare questa possibilità, che da settimane angoscia migliaia di famiglie e di lavoratrici, nei giorni scorsi il Pd aveva presentato un emendamento in cui si chiedeva una sanatoria per le circa 600 mila persone, tra badanti, colf e baby sitter che già oggi lavorano in Italia. Emendamento bocciato ieri dalle commissione Giustizia e Affari costituzionali al cui esame si trova il testo di legge, e dove sull'esigenza di mettere fine a una situazione paradossale, visto che riguarda persone fondamentali per l'assistenza familiare, ha prevalso quella di procedere il più velocemente possibile all'approvazione del ddl tanto caro alla Lega. Un voto favorevole alla sanatoria avrebbe infatti comportato un nuovo passaggio alla Camera (il quarto) ritardando così ulteriormente l'approvazione del provvedimento. «Oggi si poteva compiere un primo passo verso la legalità - commenta la senatrice Emanuela Baio, presentatrice dell'emendamento bocciato -, ma nonostante l'evidenza dei dati e l'importanza anche economica che la regolarizzazione delle badanti avrebbe comportato, la maggioranza preferisce il lavoro nero».
Le conseguenze, drammatiche per le lavoratrici straniere, non saranno leggere neanche per le famiglie che le ospitano. Sempre secondo quanto previsto dal ddl, infatti, chi ospita un immigrato irregolare rischia l'arresto da 6 mesi e 3 anni e una multa fino a 5 mila euro. «Ironia della sorte vuole che molte famiglie hanno chiesto ormai, una o due volte, di regolarizzare la posizione di queste collaboratrici - conclude Baio - ma il governo preferisce che siano clandestine».
Da settimane ormai ai centralini di associazioni come le Acli arrivano telefonate di persone preoccupate per quanto potrebbe accadere. Sono 600 mila le lavoratrici domestiche iscritte all'Inps, e si calcola che almeno altrettante siano in una situazione di irregolarità, pur lavorando stabilmente presso una famiglia. «Le conseguenze di questa situazione potrebbero essere drammatiche», spiega Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli-Colf. «Stando alla nostra esperienza le famiglie non rinunceranno comunque all'aiuto offerto da queste persone, ma è chiaro che il clima di terrore che si è creato intorno agli stranieri potrebbe creare reazioni difficili da prevedere. Stiamo pagando una gestione non coscienziosa dei decreti di ingresso - prosegue Maioni - mentre servirebbe la programmazione di un nuovo decreto flussi».
E dire che solo poche settimane fa era stata il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna a chiedere di non criminalizzare le badanti. Richiesta accolta da Roberto Maroni, che aveva promesso un suo impegno in tal senso. «Terremo conto - aveva detto alla festa della polizia il titolare del Viminale - delle situazioni che hanno un forte impatto sociale come quella delle badanti». Ma si trattava solo di promesse elettorali.

di Carlo Lania - ROMA

e come direbbe il Berly/papi:" ma agli italiani non interessano queste badanti eversive e comuniste, meglio pensare a regolarizzare delle brave ragazze che lavorano e col loro lavoro fanno sì che anche noi, Popolo della LIBERTA' possiamo meglio lavorare, lavorare per voi che state con noi, perchè gli altri, non vanno nemmeno presi in considerazione.
(Prossima LEGGE: Detassazione e libero arbitrio della professione da escort per il bene del popolo della libertà anticomunista e per la giusta causa della dnaturale degradazione della femmina in quanto in quanto tale e nulla di più, come puro strumento culturale di divertimento naturale, biologico, o come area attrezzata al giusto compenso del maschio in quanto legittimo gestore assoluto del potere ) .. ed io, non mi drogo, ... io!
W la LIBERTA'.

22/05/09

Aung San Suu Kyi libera!

Avaaz.org - The World in Action
Dopo 13 anni di detenzione, Il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi è stata incarcerata di nuovo su accuse inventate dal brutale regime birmano. Lancia un appello al Segretario Generale delle Nazioni Unite per assicurare il suo rilascio e quello di tutti i prigionieri politici:

Firma la petizione
La leader della democrazia birmana e vincitrice del premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, è stata arrestata in base a nuove accuse inventate, , proprio pochi giorni prima che scadessero i suoi 13 anni di detenzione. Lei e migliaia di monaci e studenti sono stati imprigionati per aver corraggiosamente sfidato il brutale regime militare con appelli pacifici per la democrazia.

Mettendo a repentaglio la propria incolumità per parlare in favore dei propri amici imprigionati, gli attivisti birmani stanno domandando il rilascio di Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici e fanno appello a tutto il mondo perché li aiuti. Abbiamo solo sei giorni per inviare al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon una valanga di firme a sostegno della petizione chiedendogli di rendere il loro rilascio una priorità urgente – può farne una condizione per un rinnovato impegno internazionale. segui il link per firmare la petizione, e inoltra questa email ai tuoi amici per assicurare che Aung San Suu Kyi e tutti i prigionieri politici siano liberati. Gli attivisti birmani presenteranno la petizione globale ai media il 26 maggio: :

http://www.avaaz.org/it/free_aung_san_suu_kyi

Il 14 maggio, Aung San Suu Kyi è stata arrestata e tradotta in carcere con l’accusa di essere in connessione con un uomo americano che presumibilmente si è introdotto furtivamente nel complesso in cui si trova trattenuta a Yangon. Le accuse sono assurde -- sono i militari birmani, che ora l’accusano di aver violato gli arresti domiciliari, ad essere responsabili della sicurezza del complesso. Sono un pretesto per tenerla detenuta fin dopo le elezioni che si terranno nel 2010.

Il regime birmano è noto per la sua feroce repressione di ogni minaccia al completo controllo militare – migliaia sono in carcere in condizioni disumane e privi di cure mediche, ci sono continui abusi dei diritti umani, una violenta repressione dei gruppi etnici, ed oltre un milione sono stati costretti a cercare rifugio oltre confine.

Quella di Aung San Suu Kyi è la più grande minaccia al potere della giunta. La sua leadership morale del movimento democratico e la sua eredità della grande vittoria elettorale nelle elezioni del 1990 significano che è l’unica figura in grado di sopraffare i militari nelle elezioni del prossimo anno. E’ stata detenuta numerose volte dal 1988 – agli arresti domiciliari senza alcun contatto con il mondo esterno. Ma questa nuova scandalosa detenzione nella famigerata prigione Insein priva di cure mediche può essere molto pericolosa perché è seriamente malata.

Le fonti dicono che il regime militare teme questo appello online unificato e massiccio all’ONU -- oltre 160 gruppi di solidarietà ed esiliati birmani in 24 paesi stanno partecipando alla campagna. E il Segretario Generale e i principali attori della scena internazionale che cercano di impegnarsi nuovamente con il regime birmano, possono influenzare il destino di questi prigionieri. La scorsa settimana il Segretario Generale Ban Ki Moon ha detto:” 'Aung San Suu Kyi e tutti coloro che hanno un contributo da dare al futuro del loro paese devono essere liberati”. Inondiamolo con un appello globale affinché metta in pratica urgentemente le proprie parole e ponga fine agli arresti e alla brutalità:

http://www.avaaz.org/it/free_aung_san_suu_kyi

Come per il rilascio di Nelson Mandela dopo anni di prigionia in Sud Africa, la libertà di Aung San Suu Kyi dopo anni di ingiusta detenzione, porterà un nuovo inizio alla Birmania e speranza per la democrazia. Questa settimana potrebbe essere il momento storico per il cambiamento – rimaniamo uniti dietro Aung San Suu Kyi e questi coraggiosi uomini e donne chiedendo il loro rilascio adesso!

http://www.avaaz.org/it/free_aung_san_suu_kyi

01/03/09

Più che alla Corte di Strasburgo però, gli italiani, dovrebbero appellarsi a se stessi ....

di Daniela Preziosi
LA POLEMICA
Più che a Strasburgo appelliamoci a noi
E se domani l'alta Corte di Strasburgo condannasse l'Italia perché si tiene alla presidenza del consiglio dei ministri un signore dalla dubbia buona educazione e dal discutibile buon gusto e che soprattutto, come sostengono le parlamentari democratiche Paola Concia e Donata Gottardi, emette «continue e ripetute dichiarazioni di disprezzo sulla vita e la dignità delle donne»?
Sarebbe una vera beffa, per le italiane e gli italiani che appunto se lo tengono e in ogni occasione possibile se lo votano (l'ultima volta è successo in Sardegna due settimane fa). Sarebbe, più che verso Silvio Berlusconi, una sentenza nei confronti della soglia di civiltà di questo paese. Non è un caso che uno dei cavalli di battaglia di Walter Veltroni, il fuggitivo ex segretario del Pd, era convincere che «gli italiani sono migliori del loro governo». Una tesi consolatoria, ma ancora tutta da verificare.
Naturalmente la denuncia di Concia e Gottardi è legittima e, a spanne, più che motivata. Per la stampa democratica è persino desolante essere costretta alla cronaca delle trivialità machiste del premier, che hanno trasformato il nostro paese in una specie di catalogo di barzellette internazionali. Dalle volgarità verso la presidente finlandese, ai limiti del caso diplomatico, al consiglio alla precaria di sposare un miliardario, alla storia del militare per ogni «bella donna» per evitare gli stupri, e giù via scendendo fino alle irripetibili parole nei confronti di Eluana Englaro, Berlusconi incarna la versione untuosa e macchiettistica, ma non per questo meno violenta, del vecchio satiro che considera le donne l'apposita appendice utile a far risultare meglio le proprie qualità, politiche e di incantatore s'intende. Non è un caso che qualche commentatore dei costumi nazionali sostiene che questo gallismo indietrista piace agli elettori, e compiace persino le elettrici, che come cenerentole frustrate si identificano nella fortunata di turno che riceve la galanteria come graziosa testimonianza di esistenza. E rispondendo a questo suo archetipo (e con la perfidia grossolana di chi per vincere deve stravincere) ha scelto come ministra delle pari opportunità una bella donna, bella e bellamente incompetente. Costretta tristemente, da quand'è al suo dicastero, a marcare «a donna» tutte quelle che lamentano i comportamenti del suo premier e imprenditore politico.
Più che alla Corte di Strasburgo però le italiane, ma anche gli italiani, dovrebbero appellarsi a se stessi, interrogarsi sul perché sopportano pazientemente un premier (e già che ci siamo, anche la coordinata ministra, e poi tutti gli altri della partita). Temendo di scoprirne la risposta.



15/01/09

Una Donna Palestinese - (cortometraggio - documentario)


fonte: Alternate Focus

Questo cortometraggio documentario porta lo spettatore a conoscere le condizioni di isolamento palestinesi all'interno delle loro comunità. E 'girato accanto al muro di separazione che Israele continua a costruire nei territori palestinesi occupati.

Terry Boulatta, madre, insegnante e attivista della comunità, mostra come il muro alto "27 piedi" circonda il suo quartiere a Gerusalemme Est, racconta la separazione dalle comunità adiacenti di Abu Dis, la separazione con i legami storici delle due comunità. Il muro contribuisce al soffocamento della vita, l'ultima realtà per i palestinesi sotto occupazione.

Terry ci porta a mezza ora di macchina per arrivare da un lato del muro ad un altro, un viaggio, che in precedenza ha avuto solo quattro minuti.
Noi impariamo a conoscere i terminal di controllo attraverso i quali i palestinesi devono passare per viaggiare all'interno del loro territorio.

Terry parla di insediamenti illegali e confische di terra elementi di apartheid, che Israele ha costituito e imposto per i coloni "i padroni della terra".
[traduzione webrond]

01/05/08

La storia della Ballerina e l’Ultras

La ribellione, la violenza, la deriva politica. Il fascino spaventoso delle curve italiane in un romanzo della scrittice livornese Elisa Davoglio. «Onore ai diffidati», l’immersione di una donna nel ventre del tifo

Atala è un romanzo di François-René de Chateaubriand, il nome di un’eroina, di una donna forte, unica nel suo genere, una donna che odora di bene. Nel romanzo di Elisa Davoglio Onore ai diffidati (Mondadori, 16 euro) Atala diventa altro, un’eroina storta che puzza di male e confusione. «Non è un bel personaggio - dice l’autrice della sua creazione - come del resto la storia che racconto non ha certezze».
La trama è semplice nella sua complessità. Atala è una bella livornese di vent’anni che come tante livornesi ha deciso di lasciare il mare, il porto, i muri coperti dalle scritte dei tifosi amaranto per approdare in una grande metropoli agitata e forse anonima. In una Milano evanescente Atala comincia a perdere i pezzi di sé, si iscrive all’università ma non riesce a studiare molto, ha un gatto ma non riesce (come Audreuy Hepburn in Colazione da Tiffany) a dargli un nome, danza ma non riesce a trovare un baricentro. Trova un ragazzo però: Luca. E su di lui punta tutto. Forse troppo. Quando Luca viene arrestato dalla polizia il mondo di Atala, già precario, precipita. L’accusa è spaccio legato alle tifoserie calcistiche. Ed è così che la ragazza scopre che l’uomo con cui ha condiviso il letto e a cui ha insegnato le cinque posizioni della danza classica è un ultras della mitica Fossa dei leoni e che in fondo non lo conosce veramente. Il libro è quindi un viaggio che facciamo insieme ad Atala nel mondo di Luca, degli Ultras e in generale nelle contraddizioni della nostra società.
reportage sul tifo. Interessava il mio punto di vista femminile. Sono sempre stata una ragazza sportiva. Il calcio mi piace, so cos’è un fuorigioco, ho alle spalle il rigore della danza, il nuoto sincronizzato, ho persino scoccato frecce. Quando ho cercato di contattare dei tifosi mi sono trovata davanti ad un muro. Molta diffidenza. ’Che cavolo vuoi? Vai a quel paese’, mi dicevano. Ero la ficcanaso, quella che chiedeva troppo. Più il muro diventava alto, più volevo capire». Il punto di partenza della Davoglio era l’inquietitudine generata dal male, dalla non chiarezza delle immagini degli scontri domenicali: «facevo come tutti l’equazione ultras uguale violenza. I ragazzi con passamontagna e spranghe mi facevano«Questo libro ha un inizio casuale. La primavera scorsa mi era stato dato il compito di fare un paura, ma mi incuriosivano anche. Non riuscivo ad accontentarmi delle spiegazioni dei media, volevo approfondire la faccenda. Quindi ho deciso consapevolmente che lo strumento reportage non era utile per capire fino in fondo questo mondo. Dovevo usare l’immaginazione, la fantasia, il romanzo. Perché solo così avrei avuto la possibilità di cogliere le sfumature e tutte le contraddizioni. Solo così mi sarei liberata dai pregiudizi moralistici. Il mio obbiettivo era quello di non giudicare, ma di descrivere qualcosa che per il mio Io di prima poteva essere inspiegabile. La mia immersione doveva essere totale, ma senza verdetti».
Elisa Davoglio, 32 anni, conosciuta soprattutto per la raccolta Olio Burning (Perrone, 2006), ha trovato proprio nella sua scrittura morbida, sinuosa, estremamente precisa il suo maggiore alleato. «Agli ultras non ho mai detto bugie. Non mi sono mai finta altro da me. Gli dicevo ’che male può farvi la poesia?’, mi sono fatta conoscere per quella che sono, Elisa Davoglio, poetessa. Poi ho consigliato loro di guardare su internet. Quando scoprivano che non ero la solita giornalista impicciona si aprivano, alcuni mi hanno anche fatto leggere le loro poesie. In generale parlare con gli ultras mi ha fatto capire molto. È un mondo vario. Fatto di tante appartenenze dove convivono il ragazzo ricco con l’ambulante, un mondo fatto di treni, stazioni, trasferte, riti sempre uguali. Dove il gruppo è tutto, è forte, compatto, esaltato, cattivo. Dove ogni personalità è cancellata e dove si ha l’illusione di realizzare un’esistenza. Ho avuto un grande aiuto dal sito www.asromaultras.it e in particolare da Lorenzo Contucci che lo cura. Lorenzo è un avvocato, un ex ultras ed è lui che mi ha fatto capire in termini legali cosa significa una diffida».
Il mondo del calcio nel romanzo della Davoglio esce fuori come un mondo contorto, violento, pericoloso. Un calcio in continua mutazione genetica, corrotto dai soldi e dai procuratori. Ma l’autrice invece ha voluto iniziare la sua danza letteraria con un’immagine sana dello sport: «ho inserito nelle prime battute la figura di Rossano Giampaglia. Lui ha allenato l’Under 21, da giovane ha fatto il centrocampista, accompagnava la nazionale maggiore, era amico fraterno di Marcello Lippi. Ha assaggiato la serie A con la Sampdoria e poi militato in B e C. Per noi era e rimane soprattutto un livornese. Un uomo che aveva scelto una carriera in tono minore per stare vicino alla sua gente, al suo mare. Si è arreso alla leucemia, ma il suo sorriso è molto caro a noi triglie livornesi. Atala lo incontra per caso in un maneggio, Atala che dice qualcosa di casuale sul calcio, Giampaglia che le chiede ’sei mai andata allo stadio?’ e poi la porta a vedere la partita. Ecco questo è successo a me Elisa ed è l’unico episodio autobiografico di questo romanzo. Mi serviva l’energia di quel sorriso per descrivere il dopo, il gorgo in cui si infila il mio personaggio».
Questa Livorno «dove si nasce tifosi come si nasce comunisti», questa città sana, incompresa, dove le ragazze all’esame di maturità «portano i sandali e hanno i segni dei lacci del costume dietro le spalle», questa Livorno è il motore di tutto. A Livorno essere di sinistra è nel dna, si nasce veramente comunisti: «anche Atala in fondo lo è, ma non ne ha consapevolezza» ed è questa Livorno che scorre nel sangue della Davoglio che trasforma Onore ai diffidati in un libro sulla politica, un libro che riflette il presente.
«La vicenda è ambientata a Milano perché mi interessava parlare della Fossa dei Leoni. Con lei è nata nel 1968 la storia della tifoseria Milanista. Gruppo apartitico, misto, tosto. La Fossa si è sciolta dopo un lungo conflitto strisciante che aveva preso a pretesto il furto di uno striscione ad opera di ultras juventini. La Fossa venne accusata di aver chiesto l’intermediazione della Digos. Un fatto inaccettabile per le regole degli ultras. Per protesta, perché presa di mira, la Fossa si è dovuta sciogliere. Però parlando con gli ultras la fossa rimane l’Eden, l’ideale. Oggi c’è una pericolosa deriva verso l’estremismo di destra soprattutto, ma anche di sinistra. La politica entra nello stadio di prepotenza, perché il calcio è stato svuotato dei suoi valori. Troppe partite, troppa tv, troppi soldi. Non a caso Luca, il taciturno, è una della Fossa. È leale Luca, la sua estrema onestà è qualcosa che potrebbe portare alle estreme conseguenze. Ha questa tendenza al martirio che non può esprimere. Ha gambe forti e delicate insieme. Ma come gli antichi brigatisti potrebbe premere un grilletto da un momento all’altro ed uccidere per integrità. Fa una tesi sull’eversione nera e rossa degli anni ’70, ha un eskimo, un motorino scassato. Sono una zecca certa, dice di se stesso, una zecca di una sinistra non più di moda. È uno che sarebbe pronto ad affrontare quello che c’era prima, gli scontri, la targa da terrorista, ma sa che adesso è tutto diverso, sa che la rivoluzione non tornerà, perché non solo è proibito farla, ma anche pensarla. Luca è un personaggio positivo, estremamente buono, ma anche estremamente pericoloso».
C’è molta riflessione sulla politica di oggi nel romanzo della Davoglio. «Quando Atala va nel quartiere di Luca lo trova abbandonato, con i lampioni rotti. L’italiano quando ha dei problemi pratici è facile abbindolarlo. La destra ha fatto questo. Ha detto al popolo che il problema sono i Rom, gli stranieri e il popolo ha creduto a questa bugia attanagliato dalla paura della povertà. La sinistra non ha colto il disagio, anche perché ormai è lontana dalla gente. Non c’è più lo scontro sociale. Anche i boicottaggi sono all’acqua di rose, si partecipa alle maratone contro il nucleare indossando scarpe Nike. Le sedi dei partiti sono tutte in zone eleganti e in generale la sinistra oggi è pariolina e radical-chic. Vive nelle stesse modalità dell’estrema destra, nello stesso mondo, con gli stessi orizzonti. Forse vanno anche a cena insieme».
Questi orizzonti mischiati tra destra estrema e sinistra poco radicale sono ben descritti dall’autrice. Personaggi strani quelli di Onore ai Diffidati. Nessuno di noi vorrebbe incrociarli per strada, di certo non li vorremmo come amici. Alexhooligan, Azdin, il Pirata sono immersi ognuno nel suo lato oscuro. Amalia è bella, balla da dea, ma desidera una morte che non la deluda. Melissa è un’adolescente Lolita sua malgrado, sedotta da un quarantenne senza scrupoli. E poi c’è Marco. Il classico bravo ragazzo, studia da medico, ha una vita ordinata (troppo?). Però poi tra le pieghe della sua vita perbene, nel suo quartiere perbene, si scopre un’appartenenza a Forza Nuova, un odio estremo verso i migranti, un tifo malato e una furia devastatrice che lo ingoia. Marco, come in fondo Atala la ballerina che non sa ballare veramente, è solo. Fa l’amore sognando lo stupro che un giorno forse farà. Accoltella Marco. Fa male. Ha occhi devastati da un odio che l’autrice non ci vuole totalmente spiegare. Personaggi negativi che la Davoglio non giudica «perché per me è più importante l’uomo o la donna che ci sono dietro. La loro essenza che non mi voglio dimenticare». In questo Elisa Davoglio ci ricorda il Calvino de Il sentiero dei nidi di ragno, nessuno è vero carnefice o vera vittima. Tutti stritolati da un meccanismo che va oltre loro. Fermezza, violenza, estrema onestà di questi belli e dannati del terzo millennio.

28/04/08

Sul filo del tempo - Il racconto della prima staffetta partigiana

A chi le chiedeva di raccontare la sua esperienza nel campo di concentramento, l'ex partigiana triestina Ondina Peteani rispondeva scherzando:<Ah, poveri noi che abbiamo tanto ... soffritto>. L'ironia era un modo per proteggersi da "fango di Auschwitz" che le covava dentro e che infine l'avrebbe soffocata. Nata a Trieste il 26 aprile 1925 e scomparsa in quella stessa città il 3 gennaio 2003, Ondina Peteani è stata, secondo alcuni protagonisti della storia locale, la prima staffetta partigiana d'Italia. A ricostruire la biografia di Ondina (1)- <una vita tra la lotta partigiana, deportazione e impegno sociale> - è Anna Di Gianantonio, autrice di diverse monografie sul lavoro femminile operaio e saggi sulla Resistenza, responsabile dell'Archivio del Consorzio culturale del Monfalconese.

Ondina inizia, giovanissima, l'attività antifascista al cantiere navale di Monfalcone dove lavora come operaia. Il cantiere navale è un luogo di resistenza politica anche negli anni9 di massimo consenso a Mussolini, è facile dunque che si venga chiamati a fare la propria parte e reclutati. In quella zona agiscono nuclei clandestini comunisti e socialisti, nel 1935 gli operai lanciano manifestini contro la guerra coloniale all'Etiopia, nel '37 si alza in cielo un pallone con la scritta "Viva l'Urss. Morte ai criminali fascisti". Dal'36, è attivo un fondo comune, raccolto fra i lavoratori, che serve ad aiutare le famiglie di chi è colpito dalla repressione, si chiama Soccorso rosso.

Ondina partecipa alle riunioni che si tengono nelle case operaie, fa parte di una cellula del Partito comunista e della Brigata Fratelli Fontanot. Fra i suoi compiti c'è quello di portare agli operai di Padova e Udine le copie clandestine dell'Unità. Allora ha 15 anni. Quando è catturata dai nazisti, l'11 febbraio '44, ne ha 19. Da qualche tempo è diventata la partigiana Natalia, raccoglie cibo e armi per il famoso Battaglione triestino, e ha già subito il carcere: nel Friuli Venezia Giulia - ricorda la biografia di Ondina-, la resistenza armata al nazifascismo non prende corpo dopo l'8 settembre, ma esiste già dal 1942. E fin dal maggio 1941, nel quadro dei confini orientali italiani di allora, modificati dall'invasione italo-tedesca della Jugoslavia, tra il Friuli e la Slovenia occupata, icomunisti italiani combattono a fianco dei partigiani sloveni dell'Osvoboldina Fronta che lottano per liberare il loro Paese dal fascismo. In quel febbraio '44, Ondina-Natalia viene prima rinchiusa presso il comando delle SS di Trieste, poi trasferita nel carcere del Coroneo. A fine marzo dello stesso anno, è deportata ad Auschwitz, poi nel campo di Rawensbruck, e in seguito in una fabbrica di produzione bellica nei pressi di Berlino. Nella primavera del '45, nel corso di una marcia forzata che porta a Rawensbruck, fugge con "cinque compagne disperate e pronte a tutto" e raggiunge il piccolo paese di Ronchi solo a luglio, "dopo aver attraversato con treni di fortuna la Cecoslovacchia, l'Ungheria e la Jugoslavia".

E siamo all'immediato dopoguerra. A Trieste, nel Pci di Vittorio Vidali, stalinista di lungo corso, si riflette la rottura tra Tito e Stalin, del giugno '48. La politica divide le amicizie, anche quelle di Ondina. Anna Di Gianantonio racconta l'impegno politico dell'ex partigiana Natalia, prima nel Pci e poi nel Pds, la sua attività di promozione culturale nell'agenzia libraria degli Editori riuniti, luogo d'incontro per politici e intelettuali. Tirare il filo di una vita, cogliendo nell'atto pubblico anche il peso dell'elemento intimo non sempre è facile. Di Gianantonio cerca di farlo con rigore e con tatto, mostrando senza fronzoli l'aspetto di genere nell'impegno di Ondina -benchè lei non si deffinisse femminista. Cerca, la biografa, soprattutto di restituire il senso e la scommessa del comunismo storico novecentesco in quel contesto duro, generoso di frontiera. Come molti suoi coetanei, Ondina Peteani vive un'adolescenza di guerra e di scelte continue e drammatiche: dare la morte o riceverla, subire o ribellarsi, decidere a volte per gli altri. E molti sono gli spunti di riflessione che il libro suggerisce:< E' bello vivere liberi>, dice Ondine poco prima di morire. L'esperienza del lager -per la biografa "un vero spartiacque da cui si diparte un prima e un dopo" nella vita di Ondina -, le ha lasciato delle "pesanti eredità: sterilità, anoressia, depressione e calcificazioni polmonari", a cui ha cercato di reagire lavorando come ostetrica, occupandosi dei bambinidegli altri e poi adottando il figlio Gianni.
Ma il fango di Auschwitz le è comunque rimasto dentro: alla morte del marito, la depressione -sempre tenuta abada di misura- prenderà il sopravvento. Dopo la morte -scrive Anna Di Gianantonio- "il viso non era disteso, ma duro e contratto". Sul polso si leggeva il suo numero di deportata ad Auschwitz: 81672. Come ricorda il figlio Gianni, "quella era la cifra del suo estenuante male".
GERALDINA COLOTTI
(1)Anna Di Gianatonio, E' bello vivere liberi. Ondina Peteani, Una vita tra lotta partigiana, deportazione ed impegno sociale. Introduzione di Don Andrea Gallo, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, 2008, 15 euro (Trieta; e-mail: irsml@irsml.it)

31/03/08

petizione osservatorio di genere nei mass media

Giusta ed importante petizione quella creata da Rosa P:

"Ho creato questa petizione perchè non è possibile che in ogni pubblicità e programma si senta l'esigenza di umiliare la figura femminile ed omosessuale. Dalla recente pubblicità della Bella Topolona, ho voluto creare questa petizione poichè non è l'unica pubblicità in cui mostra la donna come un pezzo di carne da macello. Per cui azione lesiva nei confronti di queste persone, quindi ne deriva una violazione dei diritti umani sento l'esigenza di un osservatorio, poichè un paese civile e paritario non puo compiere queste azioni contro la costituzione. E' inoltre necessario poichè attraverso i mass media si posono formare purtroppo pregiudizi assimilati dalle giovani generazioni che apprendono questi messaggi. Vogliamo un osservatorio di genere del modello scandinavo, per i diritti dei cittadini donne e gay.
Come è possibile che è più importante il piacere maschile della dignità della donna? come è possibile che si censuri un bacio tra due omosessuali mentre nessuno si preoccupa quando viene mandato in onda un programma o uno spot che umilia quest'ultimo? come è possibile che la morale sia più importante dell'essere umano?
Ci rendiamo conto che stiamo creando cittadini di serie a e di serie b?
Tutti si preoccupano della 194 e l'emancipazione sessuale femminile, ma all'uomo è permesso perfino di di mercificarci.
Non esistono cittadini di serie b o di serie a pertanto i diritti di tutti vanno rispettati."
Rosa P



08/03/08

Festa della Donna, anche il Ministero contribuisce al trionfo dell'ipocrisia...

Ci ha abituati, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, a ben altri traguardi, raggiunti specie nell'ultima parte della legislatura (vedi gli accordi sulle restituzioni di beni trafugati, per esempio...). Per cui pensavamo che nei pochi giorni che ci separano alle nuove elezioni, ci fossero in agenda altri obbiettivi, che non sostenere una festa che ormai riteniamo “vecchia” e mortificante per le stesse destinatarie, come quella della donna, l'8 marzo. E questo è ancor più eclatante in un ambiente come quello dell'arte, dove da tempo si è raggiunta una pari dignità che anzi spesso ha lasciato il posto a un primato femminile, testimoniato dagli infiniti posti chiave ricoperti da donne in musei, fondazioni, uffici stampa, gallerie, importanti rassegne. Quindi, giusto per onorare la cronaca riportiamo l'iniziativa ministeriale - giunta al secondo anno - con l'evento “La donna nell'arte”, all'insegna della promozione del patrimonio culturale italiano coniugata con i principi della “non discriminazione e delle pari opportunità” (sic). Sabato 8 marzo, tutte le donne potranno accedere gratuitamente ai luoghi d'arte statali, musei, monumenti, archivi, biblioteche, siti archeologici in cui saranno organizzati eventi speciali inerenti l'universo femminile, quali mostre, visite guidate, concerti e dibattiti. La domanda sorge spontanea: quando è che il discriminante sesso maschile ha diritto ad accedere gratuitamente ai succitati luoghi, tanto da rendere necessario ristabilire le pari opportunità?
pubblicato venerdì 7 marzo da Exibart.com

27/01/08

Da Sahar Khalifah scorci sulla storia palestinese

In «Primavera di fuoco», appena uscito per Giunti, la scrittrice palestinese descrive due fratelli che si ritrovano su fronti opposti sullo sfondo della seconda intifada
di Monica Ruocco

La centralità delle donne palestinesi nella formazione dell'identità nazionale, e il loro prezioso ruolo di custodi della memoria storica di un popolo sono gli elementi alla base del romanzo Primavera di fuoco della scrittrice Sahar Khalifah, che esce in questi giorni per Giunti nella coinvolgente traduzione di Leila Mattar (pp. 333, euro 14,50) Alla fine del libro la scrittrice dichiara la propria riconoscenza alle donne di un quartiere della vecchia Nablus - città che fa da sfondo alle vicende narrate - che «hanno spalancato le loro memorie come finestre» regalandole racconti «colmi di particolari e di sentimenti profondi». Ma da parte sua Sahar Khalifah, le donne palestinesi le conosce molto bene.
È stata infatti proprio lei a fondare nel 1989, dopo avere conseguito negli Stati Uniti un dottorato in Women's Studies, il primo centro di ricerche sulla condizione femminile nei Territori Occupati. Alla sede di Nablus (la città dove la scrittrice è nata nel 1941) se ne sono poi aggiunte altre due, a Gaza (nel '91) e ad Amman (nel '94). La sua carriera letteraria era invece iniziata subito dopo il 1967, con la pubblicazione di un romanzo, Non saremo più le vostre schiave (Lan na'ud giawari lakum, 1972), considerato il primo testo palestinese ad affrontare apertamente temi legati alla questione femminile. Un impegno sociale e politico che, di pari passo con quello letterario, ha portato Khalifah - insignita nel 2006 del premio Mahfuz per la narrativa al Cairo - a diventare l'autore palestinese più tradotto dopo Mahmud Darwish.
Ideale seguito di Terra di fichi d'India (Jouvence 1996) e La porta della piazza (Jouvence 1994), Primavera di fuoco è ambientato nel 2002 nel pieno della seconda intifada quando i Territori Occupati erano sconvolti dagli attacchi israeliani a Nablus, dall'assedio alla Muqata, residenza di Arafat e sede dell'Autorità palestinese a Ramallah, e dalla costruzione del Muro. Sahar Khalifah racconta le vicende di una famiglia che vive nel campo profughi di 'Ein al-Murgian e, anche qui, seguendo una abituale strategia narrativa della scrittrice, i protagonisti del romanzo si ritrovano su fronti opposti. Se in Terra di Fichi d'India i due cugini rappresentavano il conflitto tra i palestinesi della diaspora e quelli costretti a convivere con gli occupanti, e nella Porta della piazza Sahar Khalifah riproduceva il dualismo tra uomini e donne durante la prima intifada, Primavera di fuoco ruota intorno al rapporto di due fratelli che rappresentano la nuova realtà sociale della Palestina: entrambi vorrebbero trovare riscatto dall'occupazione nell'arte, Magid nella musica e Ahmad nella pittura e nella fotografia, ma si ritrovano coinvolti, forse loro malgrado, nella resistenza. Magid, che sognava di diventare una star al pari dei cantanti egiziani, viene ferito in uno scontro a fuoco e troverà rifugio nella residenza di Arafat durante l'assedio mentre Ahmad, in seguito a varie disavventure, conoscerà il carcere e dovrà affrontare l'occupante.
Sahar Khalifah non ritrae però in in modo schematico né i protagonisti (intensi in particolare gli incontri tra Ahmad e Mira, una giovane israeliana figlia di coloni), né gli altri personaggi, resi sempre con realismo e partecipazione. L'attenzione della scrittrice alle sfumature e ai dettagli riesce a dare vita a uno scenario complesso. Complesso come il territorio palestinese che, dal punto di vista geografico, pare «una camicia fatta a brandelli: il colletto qui e la manica laggiù», oppure come il suo popolo che comprende «un contadino di Tubas, un beduino di Khan Yunis, un intellettuale di Ramallah, uno che dice una parola in arabo e una in inglese, e poi ragazze che giocano in pantaloncini corti e spose avvolte in tuniche e veli». Dal lato israeliano il miscuglio appare altrettanto ricco: «un colono canadese, altri che arrivano da Parigi, Roma, Londra, e poi dalla Bulgaria e dalla Romania, neri che vengono dall'Abissinia e dall'Etiopia». Su tutti irrompe la storia: da una parte gli israeliani che occupano, o meglio rioccupano i Territori palestinesi e, dall'altra parte, l'establishment corrotto dell'Autorità e i vari gruppi più o meno armati che si contendono il potere e costringono i palestinesi a combattere una doppia occupazione, esterna e interna. Le vite di Magid e Ahmad si incrociano con quelle delle donne, inermi di fronte a quelle ruspe che, come bestie mitologiche, sprofondano nelle viscere della terra sradicando gli ulivi e divorando ogni cosa. Alle ruspe si oppongono anche i pacifisti israeliani e stranieri, ed è chiaro l'omaggio a Rachel Corrie, la pacifista americana uccisa da un bulldozer israeliano.
Fin dai suoi primi romanzi, Sahar Khalifah persegue fermamente lo scopo di registrare con scrupolo e sincerità i diversi periodi della storia palestinese. In Primavera di fuoco questa cronaca assume una connotazione estremamente realistica grazie al carattere colloquiale della parola scritta e alla misteriosa voce narrante che, forse, appartiene a uno dei personaggi della scrittrice o alle donne della vecchia Nablus. E la saga continua: al-Mirath, «L'eredità», il romanzo che Sahar Khalifah ha scritto dopo gli accordi di Oslo, è in preparazione presso la casa editrice Ilisso di Nuoro.

18/01/08

Moratoria sull’aborto: di nuovo si attaccano le donne








post by mary 8 gen 2008 13.19
Soggetto: Moratoria sull’aborto: di nuovo si attaccano le donne-
Corpo: ricevo questo messaggio e molto volentieri lo inoltro!

Movimento femminista proletario rivoluzionario

Il nuovo anno è appena iniziato ed ecco che ricompare sulla scena, ma in realtà non ne era mai uscito, il cardinale Ruini che naturalmente a nome della Santa Chiesa Cattolica non ha perso tempo ad elargire la piena benedizione all’appello per la moratoria dell’aborto, lanciata da Giuliano Ferrara dalle pagine del quotidiano “Il foglio”

Solo alcuni mesi fa “terroriste dal volto umano” sono state definite dalla chiesa di Ratzinger/Ruini/Bagnasco le donne che ricorrono all’aborto, oggi perfino esecutrici della pena capitale che lo squadrista mediatico Ferrara identifica con l’interruzione di gravidanza.

“ …Visto il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte…” la logica conseguenza per il cardinale Ruini è chiedere ora con sollecitudine una moratoria sull’aborto “…quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è un essere umano e la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano”. Moratoria come uno stimolo per “l’applicazione integrale” della legge 194, se si dice che sia una “legge che intende difendere la vita”. (da Repubblica.it del 01/01/2008).

E sul piano politico mentre da un lato il coordinatore di Forza Italia Bondi plaude alle parole di monsignor Ruini e annuncia una mozione parlamentare per rivedere le linee guida della legge 194, dall’altro arriva anche la tempestiva benedizione della senatrice Binetti del Partito Democratico che si è detta pronta, allo scopo di rivedere la legge sull’aborto, a votare anche con Fi affermando che “nel Pd e in parlamento siamo in più di quanti si creda a ritenere indispensabile la rivisitazione della legge 194” (da Repubblica .it del 02/01/2008).

Si rimette in moto nel nostro paese il fronte antiabortista che rivendicando adesso a gran voce una moratoria dell’aborto, dietro il “premuroso” messaggio mediatico della nuova coppia Ferrara/Ruini, su nessuna allusione da parte loro ad un’eventuale cancellazione della 194 bensì alla sua piena applicazione lavorando per incentivare politiche che sostengano le donne nella maternità, mira a raggiungere in realtà il suo vero obiettivo: più restrizione all’attuazione della 194 per quanto riguarda la libera decisione della donne di interrompere la gravidanza, di nuovo all’attacco contro il diritto di aborto puntando ad esaltare in realtà quelle parti della 194 che già ora penalizzano le donne per legittimare ancora di più l’uso/abuso dell’obiezione di coscienza o la presenza nei consultori dei “volontari” cattolici all’interno dell’iter, già difficile, di scelta della donna.

Tutto ciò non è affatto casuale o isolato

Il terreno su cui nasce questa proposta, è quello su cui precedentemente è stata concepita e poi approvata la vergognosa legge 40 per la quale la donna vale meno di un embrione, è quello sulla base del quale si volevano imporre i consultori confessionali, si è approvato un provvedimento regionale di stampo medievale come quello della sepoltura dei feti in Lombardia, si è cercato e si cerca di impedire alle donne non solo l’uso della pillola RU486, ma addirittura della pillola non abortiva del giorno dopo, è il terreno sulla base del quale lo Stato borghese che non deve disporre della vita in generale (vedi la moratoria della pena di morte), deve invece poter disporre del corpo e delle vita delle donne decidendo al posto loro, è il terreno fertile per una maggiore ripresa del maschilismo per il quale si sviluppa sempre più violenza contro le donne in diverse forme, è il terreno nel quale si vuole sotterrare e far marcire per sempre il diritto delle donne alla libera scelta in tema di maternità che simbolicamente ha rappresentato e rappresenta le dure lotte dei decenni passati, la conquista di diritti irrinunciabili, l’affermazione del protagonismo delle donne e praticamente l’uscita dalla barbarie degli aborti clandestini e della criminalizzazione del diritto di aborto.

E’ il terreno sociale su cui la borghesia capitalista dei cosiddetti paesi civili riversa e sparge continuamente l’humus oscurantista, da moderno medioevo contro le donne come una delle basi ideologiche e politiche determinanti per lo sviluppo di un moderno fascismo necessario a mantenere il suo potere economico e politico, un potere che attraverso le politiche reazionarie e antipopolari dei propri governi, dal centrodestra all’attuale governo Prodi di falsa sinistra con la partecipazione attiva della Chiesa Cattolica, si concretizza in un doppio attacco contro le donne per frenarne il cammino di emancipazione, in particolare contro le donne più disagiate e sfruttate.

Si rafforza sempre più attraverso le politiche familiste la concezione della “sacra famiglia” e del ruolo di subordinazione in essa della donna, si incentivano il “ritorno a casa” o “i mezzi lavori” per le donne con gli ipocriti provvedimenti di stampo fascista, i vari bonus bebè, per la dote dei figli fino alla maggiore età e via dicendo, quando poi ancora oggi si muore di parto negli ospedali pubblici in cui a causa dei continui tagli alla sanità l’assistenza è sempre più carente, si scaricano sul lavoro di cura delle donne all’interno delle pareti domestiche i costi di uno stato sociale che non c’è, i costi della carenza di adeguati servizi sociali, di asili, di scuole, è sempre più difficile arrivare a fine mese in un paese dove il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi dell’Europa mentre i governi hanno continuato a riversare ingenti risorse per le missioni di guerra imperialista, come in Iraq o in Afghanistan, in cui a fronte dei tanti bambini uccisi e massacrati la difesa della “sacralità della vita” non ha avuto più alcun valore.

Diventa allora assolutamente necessario contrastare sul piano ideologico e pratico questa offensiva contro il diritto di aborto.

In questo senso l’assemblea nazionale delle donne che si terrà a Roma il 12 gennaio, dopo la grande e combattiva manifestazione del 24 novembre scorso contro la violenza sessuale, come momento di incontro/confronto, di valutazione collettiva del corteo, di dibattito, per continuare in un percorso di lotta, può essere una prima occasione significativa anche per la ripresa di questa lotta come altro aspetto determinante insieme a quello della violenza sessuale contro l’attacco generale alle condizioni di vita delle donne.