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12/05/10

Bella Italia ...

L'Italia che cambia, esempio mondiale d'onestà e correttezza e rispetto per i lavoratori ed immigrati, dove i politici e parlamentari e scassacazzi vari si riducono gli stipendi, che ora, a seconda delle cariche, vanno dai 1200 Euro ad un massimo di 8000 per le massime cariche; vendute 500.000 auto blu ai cinesi ad una media di 10.000 Euro caduna per un incasso complessivo di Euro 50.000.000.000! Gli aiutisti delle autoblu si riteovano ora molto più avantaggiati dei "normali" cassaintegrati/mobilitati/disoccupati, perchè con il pensionamento anticipato, possono comprarsi un pezzo di terra e qualche capra da allevare e sostenersi in vita sana in qualche terreno sequestrato alla mafia.
Annullati i progetti Tav e ponte sullo stretto e reinvestiti i denari per mettere in sicurezza i territori disastrati e deturpati come quelli della Calabria e Sicilia, purificati tutti i mari e spiagge dell'Italia dai rifiuti tossici, annullati i progetti nucleari ed investiti i denari in energia pulita ed ora come d'incanto, con questi nuovi progetti sono stati creati 3.000.000 nuovi posti di lavoro. Rallentati i tempi di produzione alimentare, ora sana con progetti di degressione puntati all'allevamento e coltivazione di prodotti biologici.
Nessuno paga più l'acqua, l'aria che respira è sana ed i nostri figli hanno l'istruzione garantita e gratuita.
I centri commerciali trasformati i centri di scambio merci equosolidali. Con la totale responsabilizzazione della popolazione si sono svuotate le carceri per far spazio a mafiosi ealtri delinquenti asociali incalliti che però saranno impiegati in campi di lavoro sociale per un'eventuale futura re-integrazione...
Ma allora l'Italia è diventata una società onesta e comunista?
No cazzo! era solo un altro dei miei sogni impossibili!
Peccato! stavo già meglio e più sereno, meglio tornare a dormire? No!
Raconterò a tutti questo mio sogno perchè credo sia possibile quando tutti si sveglieranno dal rincoglionimento autodistruttivo manovrato da chi ci governa, per sottometterci, per i propri porci comodi ...
Ma, scusate! il fascismo! non era fuori legge? (ma questo è un altro discorso)

12/03/10

Chi profitta della crisi

Aspettando il Grecale - di Galapagos

Ieri in Grecia, oggi in Italia: milioni di lavoratori stanno scendendo nelle piazze chiedendo una politica economica diversa che faccia pagare la crisi soprattutto a chi con la crisi si è arricchito tanto. Come ci ha fatto sapere ieri la rivista Forbes (edita dal miliardario Steve Forbes) lo scorso anno i miliardari (con patrimonio superiore al miliardo) sono aumentati di oltre il 20%: da 793 a 1001. E tutti insieme posseggono una fortuna di 3.600 miliardi (quasi il doppio del PIL italiano) il 30% in più dell'anno precedente: Per loro la crisi è stata una benedizione.
Ma come è possibile arricchirsi in un anno di crisi nel quale il Pil mondiale è diminuito di quasi il 4%?
Semplice: facendola pagare ai lavoratori, riducendo ulteriormente la loro quota nella distribuzione dei redditi. Al tempo stesso proteggendo le enormi ricchezze depositate nelle banche, evitando di far fallire le banche. E stiamo parlando di "sussidi" per migliaia di dollari. Il tutto in base al principio che il capitale finanziario non può essere fatto fallire perché tutto il sistema economico gli crollerebbe dietro. Forse. Ma il risultato è evidente: decine di milioni di lavoratorihanno perso il posto di lavoro e il tasso di disoccupazione sfiora il 10%: Senza contare, come sostengono le Nazioni Unite, che il livello di povertà sta costringendo alla fame centinaia di milioni di persone. Nei paesi "arretrati", ma anche nel cuore dell'impero. E la crisi morde in profondità senza differenze nei paesi nei quali la flessibilità era massima (Stati Uniti e Spagna, tanto per fare un paio di esempi) e dove le garanzie per i lavoratori "erano" un pò più serie. Come in Italia. Erano, perché ora anche in Italia il lavoratore non ha più protezione: con l'abolizione di fatto dell'articolo "18" il capitale anche da noi ha ripreso il coltello dalla parte del manico, pronto a pugnalare.
La Cgil che oggi scende in piazza (in maniera un pò sfrangiata e dando l'impressione di aver indetto lo sciopero di 4 ore solo per problemi di rapporti interni) ha posto al primo punto proprio lo smantellamento dell'articolo 18. Purtroppolo fa tardivamente: la mobilitazione andava fatta prima che il parlamento approvasse il progetto degli ex (tanto ex) socialiti Brunetta e Sacconi. Lo sciopero è stato proclamato anche per la difesa della democrazia, del potere d'acquisto dei lavoratori e dei pensionati e per la creazione di posti di lavoro. Il governo che due anni fa aveva lanciato l'elemosina della social card, ieri ha fatto di peggio: ha stanziato 300 milioni di euro per incentivare la ripresa dei consumi. Ogni italiano in media potrà ricevere 5 euro, ogni famiglia 15. Statistiche "false", ma che assumono significato quando si scopre che gli incentivi sono destinati anche per l'acquisto di motori per la nautica da diporto. Immaginiamo la fila di cassaintegrati Fiat o dei lavoratori Eutelia o dei piccoli imprenditori che fanno a pugni per gli incentivi!
Ma non è finita: ieri la Bce ci ha detto che la ripresa è lenta e la creazione di nuovi posti di lavoro è rinviata al fututo. Poi ha lanciato un avvertimento ai governi: preparatevi a un "exit Strategy", cioè a ridurre i deficit di bilancio provocati dalla crisi. Visto che il 90% degli aiuti è finito in mani ricche, l'avvertimento potrebbe sembrare buono. ma non è così: quando gli "gnomi" di Francoforte parlano lo fanno a senso unico. Il loro modello sono i provvedimenti greci: il blocco delle pensioni, la riduzione dei salari. In più, privatizzazioni e flessibilità. Il dramma è che molti sono convinti che Menenio Agrippa col suo "apologo" avesse ragione e che un mondo diverso non è possibile: gli schiavi debbono rimanere schiavi e i padroni, padroni per sempre.

28/01/10

Lavoro SCHIAVO - di Antonio Onorati

Non è vero che nelle campagne del sud dove le mafie prendono a fucilate gli immigrati lo stato è assente. Al contrario, è l'imposizione delle politiche agricole che determina la crisi attuale
La rivolta dei braccianti di questi giorni, continua ad essere inquadrata come un problema d'ordine pubblico dovuto all'assenza dello Stato. Ma questo non corrisponde assolutamente a quello che succede. Lo Stato, anzi gli Stati, ci sono e portano tutta intera la responsabilità. Quella - semplice da comprendere - come la costruzione di un quadro giuridico che finisce per facilitare la totale disarticolazione del mercato del lavoro e la sua facile gestione da parte di gruppi criminali. Ma una responsabilità ben più grave è quella che deriva all'Italia ed all'Unione Europea, dall'aver costruito e rafforzato con denari pubblici un modello agricolo ed agro-alimentare che, pretesamene vocato ad affermarsi sul mercato mondiale e lanciato nella competizione globale con l'illusione della sua concorrenzialità, si ritrova ad un passo dalla sua implosione sotto le mazzate delle diverse crisi che si sono accumulate nel tempo recente e, ancora più gravemente, demolito proprio dal suo interno dalle logiche che lo hanno guidato e lo guidano ancora: l'idea, sbagliata, che aranci, clementine, pomodori, zucchine, latte, pesche o mele potessero essere prodotte «con profitto» in modo industriale da un numero sempre più ristretto di aziende agricole, comunque sempre più dipendenti da fattori esterni, siano essi l'energia, i pesticidi o i concimi a monte o l'industria agroalimentare e la GDO a valle. I prezzi a ritroso, imposti prima di tutto agli impoveriti consumatori dalle grandi catene commerciali e via via fino alle aziende agricole (non necessariamente la catena è lunga, non c'è molta differenza dal prezzo pagato dalla GDO e dall'intermediario grossista del paese), che, producendo con un prezzo imposto, possono tagliare l'unico costo che controllano, quello della forza lavoro. E questo vale se nei campi c'è solo il contadino, suo figlio o sua moglie o il bracciante irregolare.
Ecco l'agricoltura italiana: da 1,6 milioni di occupati nel 1992 a 850.000 nel 2009. Tra il 2000 ed il 2007 abbiamo perso il 22% delle aziende agricole, ma solo poco più de 2% della superficie agricola, infatti è aumentato il numero di tutte le aziende con una superficie maggiore di 30 ettari, cioè chi è restato si è ingrandito «per vincere la concorrenza». Sempre nello stesso periodo il reddito lordo standard (una misura estimativa) delle aziende con una superficie superiore a100 ettari è aumentato del 60%. E questo da anche l'idea perché le varie mafie investono soldi in agricoltura, non solo per riciclare o approfittare dei premi comunitari ma anche perché oltre una certa dimensione comunque - se puoi tagliare i costi di produzione, cioè i costi del lavoro - ci si guadagna bene.
La situazione in Calabria, Puglia ma anche nelle piane del Lazio o nelle stalle della Lombardia o del Veneto si ripropone, con livelli d'abuso diversi ma attraverso gli stessi meccanismi, in Andalusia per le fragole (con il «contratación en origen») o in Francia, nelle Bouche du Rhone ( i contratti «OMI»). Meccanismi simili perché simile è il modello agricolo: un'agricoltura industriale risultato di mezzo secolo di politiche pubbliche. Politiche imposte oggi alla Romania, paese membro dell'Unione Europea dove un'agricoltura familiare di piccolissima scala, che è riuscita ad attraversare l'era Ceausescu viene quasi annientata dall'applicazione della PAC provocando l'esodo dalle campagne verso le serre spagnole o di Latina (Mircea Vasilescu, 2006). Politiche imposte ai paesi africani dove l'Unione Europea stessa dice: «Occorre liberalizzare i mercati agricoli sulla base di una liberalizzazione reciproca» (UE, 2007) ma poi mette tutti sull'avviso che ad esempio «L'avvenire delle esportazioni nordafricane di prodotti agricoli è compromesso...». Infatti aumentano le importazioni alimentari dei paesi africani. Quelle dell'Africa francofona in 10 anni sono aumentate di oltre l' 80% ma la quota dell'Africa negli scambi mondiali in venti anni è scesa dal 2% al 1,6% del totale. E giusto per avere un'idea di come funziona: il latte importato costa intorno ai 200 FCFA in Senegal, ma il costo di produzione locale di un litro di latte non scende mai sotto i 400 FCFA. Certo che anche in questi paesi le elite dominanti approfittano della liberalizzazione, ad esempio in Tunisia il 2% delle aziende agricole controlla più del 60% delle terre coltivate e fertili. In Marocco in 20 anni il numero totale delle aziende agricole è diminuito del 22% ma nello stesso periodo il numero delle grandi aziende è aumentato del 10% circa. E la Banca Mondiale stessa, all'origine dei duri processi di liberalizzazione e industrializzazione delle agricolture , deve riconoscere «L'agricoltura contadina, di autoconsumo ed approvvigionamento del commercio di prossimità saranno toccati duramente della rottura del tessuto sociale e delle attività economiche degli spazi rurali dove loro completano sia il reddito necessario alla famiglia che i ciclo produttivo...» (Banque Mondiale, 2002). Saranno questi deportati economici a finire nei campi di pomodori e clementine, nelle serre dove si coltivano fragole ed insalata senza terra, con le flebo di chimica.
In questi paesi le politiche pubbliche imposte nell'ultimo quarto di secolo hanno prodotto il crescente processo di privatizzazione della terra e la difficoltà di mantenerne il controllo da parte dei piccoli contadini, la predazione delle risorse naturali fondamentali per l'agricoltura (acqua, foreste, fertilità, biodiversità,), taglio egli investimenti pubblici per l'agricoltura familiare e smantellamento delle protezioni del mercato interno agroalimentare, riduzione delle rese e della produzione agricole, distruzione dell'economia rurale con esodo e rottura del tessuto sociale del paese stesso, conquista del mercato interno alimentare da parte della GDO multinazionale ed il conseguente crollo dei redditi familiari rurali. Quindi siamo di fronte ad un problema globale e nazionale di politica agricola ed alimentare di cui gli Stati portano tutta intera la responsabilità. Da parte loro le organizzazioni agricole, come il Cordinamento Europeo della Via Campesina (CEVC), chiedono che la «Unione europea garantisca il rispetto da parte degli Stati delle condizioni di lavoro della manodopera agricola, in particolare stagionale, anche negando agli Stati che non rispettano gli obblighi minimi in materia di lavoro salariato stagionale agricolo i fondi di supporto all'agricoltura».

La mobilitazione e la solidarietà continua. Prossimo appuntamento del Coordinamento Europeo della Via Campesina a Torino dal 29 al 31 gennaio, un incontro di lavoro, facilitato da Associazione Rurale Italiana, per licenziare la piattaforma europea sul lavoro schiavo in agricoltura.

26/06/09

Il governo si prepara a criminalizzare 600 mila badanti

Bocciato l'emendamento che proponeva una sanatoria. Previste sanzioni anche per le famiglie che le ospitano
Decine di migliaia di badanti irregolari che da anni vivono e lavorano nel nostro paese rischiano adesso di ritrovarsi disoccupate e di precipitare nella clandestinità. Una situazione drammatica, che inevitabilmente finirà per ripercuotersi - anche dal punto di vista penale - sulle famiglie che le ospitano e che proprio alle loro mani hanno affidato la cura e l'assistenza di anziani, familiari malati e bambini.
E' quanto accadrà tra pochi giorni, quando il Senato avrà definitivamente approvato il disegno di legge sicurezza che, tra le altre cose, introduce anche il reato di clandestinità. Per scongiurare questa possibilità, che da settimane angoscia migliaia di famiglie e di lavoratrici, nei giorni scorsi il Pd aveva presentato un emendamento in cui si chiedeva una sanatoria per le circa 600 mila persone, tra badanti, colf e baby sitter che già oggi lavorano in Italia. Emendamento bocciato ieri dalle commissione Giustizia e Affari costituzionali al cui esame si trova il testo di legge, e dove sull'esigenza di mettere fine a una situazione paradossale, visto che riguarda persone fondamentali per l'assistenza familiare, ha prevalso quella di procedere il più velocemente possibile all'approvazione del ddl tanto caro alla Lega. Un voto favorevole alla sanatoria avrebbe infatti comportato un nuovo passaggio alla Camera (il quarto) ritardando così ulteriormente l'approvazione del provvedimento. «Oggi si poteva compiere un primo passo verso la legalità - commenta la senatrice Emanuela Baio, presentatrice dell'emendamento bocciato -, ma nonostante l'evidenza dei dati e l'importanza anche economica che la regolarizzazione delle badanti avrebbe comportato, la maggioranza preferisce il lavoro nero».
Le conseguenze, drammatiche per le lavoratrici straniere, non saranno leggere neanche per le famiglie che le ospitano. Sempre secondo quanto previsto dal ddl, infatti, chi ospita un immigrato irregolare rischia l'arresto da 6 mesi e 3 anni e una multa fino a 5 mila euro. «Ironia della sorte vuole che molte famiglie hanno chiesto ormai, una o due volte, di regolarizzare la posizione di queste collaboratrici - conclude Baio - ma il governo preferisce che siano clandestine».
Da settimane ormai ai centralini di associazioni come le Acli arrivano telefonate di persone preoccupate per quanto potrebbe accadere. Sono 600 mila le lavoratrici domestiche iscritte all'Inps, e si calcola che almeno altrettante siano in una situazione di irregolarità, pur lavorando stabilmente presso una famiglia. «Le conseguenze di questa situazione potrebbero essere drammatiche», spiega Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli-Colf. «Stando alla nostra esperienza le famiglie non rinunceranno comunque all'aiuto offerto da queste persone, ma è chiaro che il clima di terrore che si è creato intorno agli stranieri potrebbe creare reazioni difficili da prevedere. Stiamo pagando una gestione non coscienziosa dei decreti di ingresso - prosegue Maioni - mentre servirebbe la programmazione di un nuovo decreto flussi».
E dire che solo poche settimane fa era stata il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna a chiedere di non criminalizzare le badanti. Richiesta accolta da Roberto Maroni, che aveva promesso un suo impegno in tal senso. «Terremo conto - aveva detto alla festa della polizia il titolare del Viminale - delle situazioni che hanno un forte impatto sociale come quella delle badanti». Ma si trattava solo di promesse elettorali.

di Carlo Lania - ROMA

e come direbbe il Berly/papi:" ma agli italiani non interessano queste badanti eversive e comuniste, meglio pensare a regolarizzare delle brave ragazze che lavorano e col loro lavoro fanno sì che anche noi, Popolo della LIBERTA' possiamo meglio lavorare, lavorare per voi che state con noi, perchè gli altri, non vanno nemmeno presi in considerazione.
(Prossima LEGGE: Detassazione e libero arbitrio della professione da escort per il bene del popolo della libertà anticomunista e per la giusta causa della dnaturale degradazione della femmina in quanto in quanto tale e nulla di più, come puro strumento culturale di divertimento naturale, biologico, o come area attrezzata al giusto compenso del maschio in quanto legittimo gestore assoluto del potere ) .. ed io, non mi drogo, ... io!
W la LIBERTA'.

22/03/09

Diciamola tutta 07 - Questa crisi è un vantaggio per molti, bisogna saperne approfittare


Nelle TV via cavo, in questi giorni si sprecano le interviste alle persone che girano per negozi. Molti sembrano contenti perchè "dicono" questa crisi ha fatto abbassare i prezzi e quindi "finalmente" si compra bene. Alcuni di voi si sono sentiti presi per il culo da queste interviste, le hanno considerate un offesa senza ritegno a chi non arriva a fine mese, a chi è rimasto senza lavoro, e a quelli (tantissimi) che non possono permettersi nemmeno di fare la spesa al supermercato. Per questo, ci sono arrivate in redazione centinaia di segnalazioni. Niente paura. Anche noi andremo a verificare se le persone sono contente perchè si sono abbassati i prezzi, magari se troviamo un pulloverino color porta chiusa in "super offerta" lo prendiamo eh!

Visita il sito: http://www.diciamolatutta.tv

Intervista a Giorgio Cremaschi

Intervista a Giorgio Cremaschi, Segretario Nazionale FIOM-CGIL.
Si parla della Crisi Economica Europea, e del ruolo del sindacato a livello nazionale.
Intervista realizzata Giovedì 12 Marzo a Modena da Flavio Novara di Alkemia.

Visita il sito: http://nuke.alkemia.com/


14/03/09

Ho fatto un lungo sogno... e sono andato a rubare!


… dove si scopriva che "Il disegno di legge del senatore Franco Orsi "

serviva soprattutto per tenersi buoni i cacciatori ed anzi aumentare il numero (ottime guardie padane), ed incentivare la vendita di armi, favorendo quegli imprenditori che avevano “donato” il voto; un flash del sogno dove entro in armeria: per armarmi anch'io? No!! per acquistare dei costosissimi giubbetti antiproiettile per me e per i miei cani, sì, perché a noi ci garba tantissimo andare a camminare e giocare nei campi, all'aria aperta. Alla cassa la sorpresa quando consegno fiducioso il bancomat: non ho soldi! Sì perché sono già tre o quattro mesi che sono in cassa integrazione, ma non hanno ancora versato i soldi sul conto; ok niente giubbetti cari amici cani, vuol dire che ce ne staremo barricati in casa! Anzi ora devo vedere se trovo qualche lavoretto in nero, così, per poter sopravvivere, faccio un paio di telefonate e vedrete che combino... cazzo non ho credito sul cellulare! L'auto? Siii ! E la benza? .. intanto con senso di sconfitta me ne torno a casa, oh! Ma quanta posta! 4 bollette, tre solleciti di pagamenti e... LO SFRATTO! È chiaro, me l'aspettavo, se non lavoro, come faccio a pagar l'affitto?

Ed il sogno cambia episodio:

sono dentro un cartone, impaurito, i miei cani abbaiamo impauriti anche loro, la barba incolta e lurida mi prude, ma dove sono? Che ci faccio lì in un cartone sotto un ponte? Perché ho paura? Vedo quel SUV nero, scendono dei ragazzi con dei bastoni! I cani urlano! Io sono impietrito, qui finisce male, non ho nemmeno la forza di scappare, ma per mia fortuna se la prendono con quel ragazzo che poco prima m'ha regalato una sigaretta, un cinque euro ed un sacchetto di pane vecchio, ma buono, quel caro ragazzo che non ha fatto nulla di male, dai modi gentili, anche un po' effeminato, ma per me non fa differenza, perché è una brava persona, che ci aiuta a tirar avanti donandoci quel che può ed ora è a terra e non riesce a parare tutti quei colpi inferti con inaudita violenza da quei ragazzi senza volto, vestiti di nero ed io che non riesco a fare nulla e penso, poi toccherà a me?

Toccherà a me ma nel sogno mi salvo, perché l'episodio cambia, ma il sollievo dura poco, ora sono in corteo insieme a tanti operai, studenti, vecchi, bambini, ci sono famiglie al completo, tutti uniti per protestare, bandiere colorate di pace e rosse di protesta, i cori, i tamburi, gli striscioni, ora ve ne leggo qualcuno... ma non faccio in tempo perché c'è la carica della polizia! Ma che fate? E' un corteo di protesta popolare, non vedete? Non capite? Siamo gente come voi e lo facciamo anche per voi! Anche voi siete scontenti e sottopagati... ma non riesco a finire il pensiero che mi trovo davanti un agente in assetto antisommossa che mi prende per il collo della giacca e prima di colpirmi, mi dice: “mi dispiace Marco” e giù!

Ora sono sveglio, non ho nemmeno sentito il colpo, ma ora sento l'angoscia! Anche questa è violenza, come è violenza quotidiana sentire e leggere di quante famiglie si riducono alla fame per aver perso il lavoro prima e poi la casa e la dignità. La sofferenza di pensare a quale futuro dei figli, dei nipoti e mi viene da pensare che questa situazione non è molto chiara a tutti, ma solo ad una minoranza e ora c'è anche la maggioranza che vuole infierire col colpo finale: vuole costruire le centrali nucleari!!!! Sicuramente sarà un business molto proficuo per le loro tasche in cambio della forse così non più lenta autodistruzione del pianeta; e poi perché autodistruzione? Io non lo voglio, allora questo è assassinio! Stanno assassinando la democrazia ed il pianeta! Che ore sono? Quasi le dieci? Ora penso che molti di questi Signori che allegramente decidono per la nostra morte e per quella dei loro figli, per la morte della dignità della gente onesta, ora, si stanno avviando con la famiglia riunita dentro il SUV, alla Santa Messa,

amen

Solidarietà ai compagni della Comedil-Terex: guardate bene questo video, per capire bene come stanno andando le cose: questa è la realtà e non quella che ci viene propinquata ogni strafottuto giorno sui giornali e televisione di regime! SVEGLIA CAZZO!!! SVEGLIATETEVI TUTTI!!!




06/03/09

I° Incontro Nazionale delle Liste Civiche dei Comuni a 5 Stelle

L'8 marzo, presso il Saschall di Firenze, via Fabrizio De André, angolo lungarno Aldo Moro, ( visualizza mappa) le Liste Civiche di tutt'Italia e i cittadini sostenitori si incontreranno per discutere i programmi e le iniziative da attuare all'interno deirispettivi Comuni.

Il programma prevede:

ore 9.15 accredito

Introduzione - Beppe Grillo
Politica - Marco Travaglio
Ambiente - Maurizio Pallante
Salute - Patrizia Gentilini, Giuseppe Miseretti, Michelangelo Bolognini
Energia - Marco Boschini
Riciclo - Matteo Incerti
Connettività - Maurizio Gotta (Anti Digital Divide)
Diritti dei cittadini - Sonia Alfano
Acqua - Riccardo Petrella

Break

Presentazione sito Liste Civiche
Interventi delle Liste Civiche e dei Meetup
Conclusioni - Beppe Grillo

[fonte: Blog di Beppe Grillo del 5 marzo 2009 ]

Comuni a Cinque Stelle: CONNETTIVITA'

Una persona senza orecchie e senza bocca. Un mostro uscito da una novella di Stephen King. Questo è il cittadino italiano senza connettività. L'accesso all'informazione attraverso la Rete deve essere gratuito, riconosciuto insieme alla carta di identità. I servizi via Internet devono essere accessibili da Castel Volturno a Pizzo Calabro, dalle periferie romane ai paesi dell'Appennino. La legge Pisanu che limita lo sviluppo dei punti Wi Fi va abolita. La Rete deve diventare come l'aria. Da una panchina di un parco o da un bar. Da un tunnel dell'autostrada o da un treno. Ovunque. La dorsale di accesso alla Rete va separata da chi fornisce i servizi. Deve tornare in mano pubblica, non di Mediaset, e fornire un servizio pubblico. I Comuni devono considerare la copertura della Rete allo stesso livello della rete idrica. Essenziale. Vitale. Per lavorare, per comunicare, per formare comunità, per informarsi. La Rete è trasparenza. Le sedute comunali vanno filmate dal Comune, a cura del Comune, trasmesse in diretta streaming, caricate su YouTube. I Comuni senza la connessione alla Rete o con velocità di accesso limitata sono tagliati fuori. Il vero Digital Divide per il lavoro e per l'informazione è tra il Comune connesso e il Comune disconnesso. La connettività è lavoro, promuove i servizi e le produzioni locali. La connettività è turismo. La connettività è democrazia. I Comuni a Cinque Stelle sono Comuni connessi.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

L'incontro nazionale delle Liste dei Comuni a Cinque Stelle si terrà a Firenze, al Saschall Teatro, domenica 8 marzo 2009.
Le Cinque Stelle corrispondono a cinque aree specifiche: Acqua, Energia, Sviluppo, Ambiente e Trasporti. Oggi pubblico un post sulla CONNETTIVITA ' (SVILUPPO) Inviate le vostre considerazioni nei commenti.
Iscrivetevi all'incontro nazionale dei Comuni a Cinque Stelle dell'otto marzo.


CONNETTIVITA'
1. Cittadinanza digitale a ogni residente
2. Favorire l'Introduzione di ripetitori Wimax per l'accesso mobile e diffuso della Rete e, allo stesso tempo, pretendere la diffusione dell'ADSL
3. Diffusione di punti Wi Fi nel territorio del Comune per una massima copertura, in particolare delle aree di maggior frequentazione
4.Servizi comunali disponibili, ogni volta che questo sia possibile, via Internet
5. Consigli comunali pubblici in diretta streaming via Internet
6. Incentivare la creazione di aree di telelavoro
7. Promuovere on line, con il concorso delle diverse aree produttive e di servizi, l'offerta presente nel Comune
8. Punti di accesso alla Rete nei posti pubblici, ad esempio le biblioteche
9. Promuovere corsi di informatizzazione e Internet
10. Dotare le scuole comunali di strutture per l'accesso a Internet (pc, stampanti, ecc.) da parte di studenti e insegnanti

Ps: partecipa al Forum dei Comuni a Cinque Stelle sulla connettività


04/03/09

Morti di Fame/1 [dal Blog di Beppe Grillo]

Qualcuno bussa alla porta. Tu apri e tutto cambia. Il licenziamento è arrivato anche per te. Non fai più parte degli Schiavi Moderni tenuti in vita da uno stipendio miserabile. E neppure dei candidati alle Morti Bianche che però hanno un lavoro. Ora sei un Morto di Fame. Hai diritto alla social card. Uno dei due, forse tre, nuovi milioni di disoccupati del 2009.
Il momento del distacco, dell'uscita dalla fabbrica o dall'azienda è uno stato di trance. Il cervello galleggia, tutto è in discussione. Chi l'ha vissuto o lo vive sa che è come un piccolo infarto. Ti senti perso nel nulla e non sai cosa fare. Il giorno prima i cancelli della fabbrica erano aperti e parlavi con i tuoi compagni di politica o di calcio. L'azienda poi chiude, senza un perchè, senza avvisare nessuno. Ti trovi alle 6 del mattino di fronte ai cancelli con i tuoi colleghi e con i celerini. Poca conversazione, molte manganellate.
Se sei precario non hai protezioni. Se sei dipendente hai la cassa integrazione per qualche mese. Sei fuori dal sistema e questo lo capisci solo adesso. La disoccupazione è contagiosa. Se chiude una società, spesso chiudono anche i suoi fornitori. Se i disoccupati in un una zona aumentano, in quella zona chiudono negozi e supermercati. Il disoccupato, il Morto di Fame moderno, è un virus. Abita in un Paese governato dall'uomo più ricco, dai parlamentari più numerosi e più pagati, dalle pensioni a senatori e deputati dopo due anni e mezzo. In città è circondato da Suv, da evasori fiscali che frodano 250 miliardi di euro all'anno allo Stato, da dipendenti della criminalità organizzata, la prima azienda del Paese per fatturato. Lui non è un politico, un evasore, un criminale, per questo è disoccupato. E' vissuto in un mondo a parte in cui la parola onestà aveva un significato.
Vedo persone dignitose chiedere la carità nelle stazioni o premere le gettoniere dei telefoni nelle metropolitane. Una signora mi ha chiesto qualche euro, non mi ha riconosciuto, non sapeva di parlare con un genovese, belin. Mi ha detto che aveva fame. Non era extracomunitaria, clandestina, zingara, era italiana e senza un lavoro. Era una nuova Morta di Fame.
Il blog riceve ogni giorno storie di nuovi Morti di Fame, su come sono stati licenziati. Ho deciso di raccogliere le testimonianze in un libro che pubblicherò in formato digitale scaricabile gratuitamente dal blog.
Raccontate le vostre storie e lucidate i vostri zoccoli.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

19/02/09

LA RECESSIONE IN ATTO DÀ FUOCO ALLE PROTESTE

La brace SOTTO LA CRISI
Un grido d'allarme si leva per l'ondata di manifestazioni scatenata dagli effetti sociali del terremoto economico in atto. Dai cortei italiani e francesi alle insurrezioni studentesche in Grecia, dall'amaro risveglio nei paesi neofiti del capitalismo in Europa orientale al protezionismo salariale britannico, la conflittualità riesplode, ma quello che è cambiato davvero è la nuova paura dei «decisori»
«La perdita dei posti di lavoro minaccia la stabilità in tutto il mondo» titolava in prima pagina il New York Times di domenica. È un grido d'allarme che riflette l'ansia con cui finanzieri e industriali - o, più pudicamente, «i mercati» - monitorizzano gli effetti politici e sociali della recessione in atto.
La domanda è: quanto è giustificato questo allarme dalle proteste in corso, e quanto invece riflette il timore per quanto deve ancora avvenire? Abbiamo ancora negli occhi l'imponente corteo della Cgil di venerdì scorso a Roma. E certo, il riepilogo offerto dalla Reuters delle proteste scoppiate in giro per l'Europa non può non colpirci.
Particolarmente inquieti sono i nostri vicini greci, a giudicare non solo dai blocchi stradali organizzati a gennaio dagli agricoltori (ancora in questo mese la polizia ha represso manifestazioni contadine a Creta), ma soprattutto dalle insurrezioni studentesche di dicembre, alimentate tanto dall'ottusa repressione governativa quanto dall'altissimo tasso di disoccupazione giovanile.
Né sono più tranquilli i nostri vicini occidentali: a gennaio più di 2,5 milioni di francesi sono scesi in piazza per protestare contro la (non) risposta alla crisi data dal presidente Nicholas Sarkozy. Ma forse è sfuggito a molti che le proteste più violente si sono scatenate non sul territorio metropolitano francese, ma in quella parte di Francia che è situata nei Carabi, nell'isola di Guadalupe, paralizzata per tre settimane da uno sciopero generale contro l'alto costo della vita: i protestanti hanno bloccato strade, supermercati, pompe di benzina.
Il malcontento serpeggia anche in Germania, come è dimostrato dal recente sciopero del settore pubblico e dagli avvisi di sciopero depositati nelle ferrovie (e a Lufthansa).
Gli italiani hanno poi seguito con inquietudine le azioni degli operai inglesi che protestavano contro l'azienda francese Total che aveva assunto lavoratori italiani e portoghesi per ampliare una propria raffineria nel Lincolnshire: per la prima volta da anni è emerso qui un protezionismo non mercantile, ma salariale, un «protezionismo operaio». Per quanto il tasso di disoccupazione in Gran Bretagna (del 6,1%) sia ancora tra i più bassi in Europa, il suo aumento rappresenta una brusca inversione di tendenza rispetto al boom degli anni (1997-2007). E nella City la situazione è ancora peggiore, visti i licenziamenti a raffica del settore finanziario: martedì scorso i bancari hanno dimostrato di fronte a Whitehall.
Interessante è il caso dell'Islanda: questa piccolissima nazione (286.000 abitanti) era assurta a perno della finanza mondiale, un ruolo spropositato con le sue risorse. Il crollo dell'autunno scorso ne ha fatto esplodere la bolla speculativa, e a gennaio l'isola dei ghiacci è stata scossa da manifestazioni, alcune insolitamente violente, tanto che il primo ministro Geir Haarde si è dovuto dimettere, sostituito da una coalizione di centrosinistra.
Ma dove l'impatto si è rivelato più duro e il risveglio più amaro, è stato nei paesi neofiti, appena convertiti al capitalismo. In Bulgaria, dopo che il mese scorso una sommossa aveva già sconvolto Sofia, la settimana scorsa sono stati i poliziotti a protestare per ottenere un aumento salariale, mentre i contadini bulgari bloccavano l'unico ponte sul Danubio che collega con la Romania. In Montenegro, gli operai di un'impresa di alluminio di proprietà russa hanno chiesto a Podgorica la riapertura della fabbrica chiusa per la crisi, appoggiati dai coltivatori di tabacco e dai siderurgici di Niksic. Inverno caldo anche nelle repubbliche baltiche: a gennaio in Lituania la polizia ha sparato gas lacrimogeni contro dimostranti che tiravano pietre contro il parlamento (80 arresti e 20 feriti), mentre anche nella vicina Lettonia 10.000 manifestanti affrontavano la polizia per protestare contro gli annunciati tagli salariali. Anche i contadini hanno lanciato una serie di azioni sfociate il 3 febbraio con le dimissioni del ministro dell'agricoltura lettone.
La lista può continuare: la protesta a Banja Luka dei metallurgici bosniaci della fabbrica di alluminio Birac; la sequela di proteste che dal mese scorso scoppiano un po' in tutte le città russe e la persistente agitazione degli importatori di auto usate a Vladivostok (vedi articolo accanto).
Insomma, sembrerebbe davvero che la brace sta covando sotto una lunga cenere, che la recessione stia scuotendo inerzie decennali. Ma è davvero così? Per il momento è troppo presto per dirlo. Anzi, a scorrere le passate cronache degli scioperi nei vari paesi, si potrebbe persino sostenere che per il momento il livello di conflittualità non è più alto del solito: scioperi e proteste scoppiano ogni mese in qualche parte d'Europa e del mondo.
Quel che è radicalmente cambiato è il livello di attenzione prestato dalle classi dirigenti alle azioni salariali. L'impressione è che i «decisori» (per usare il brutto termine coniato dagli eurocrati) si stiano impaurendo per le conseguenze di una crisi di cui non avevano misurato l'ampiezza. Come è noto, i «mercati» hanno un'idiosincrasia per la piena occupazione, quando la forza lavoro ha più margini di contrattazione e dispone di leve più forti, tant'è che a ogni aumento della disoccupazione le borse registravano storicamente un rialzo. Ma una cosa è l'occupazione «non-piena», altra cosa è il dilagare della disoccupazione di massa che si delinea all'orizzonte. Tanto più che continuano a piombare pessime notizie, come il crollo dell'economia giapponese il cui Pil è sceso del 12% in un solo anno, il calo peggiore dalla seconda guerra mondiale. O come i 20 milioni di immigrati nelle città che in Cina hanno dovuto riprendere la via delle campagne perché licenziati. Nell'ansia con cui trepidano gli organi di stampa del gran capitale s'intralegge anche un altro timore: quello di aver esagerato, di aver tirato troppo la corda (quella dello sfruttamento), di aver tanto lesinato sulle retribuzioni da distruggere ogni domanda al consumo.

[fonte: di Marco d'Eramo IL MANIFESTO INTERNAZIONALE 17.02.2009]

13/02/09

No ai licenziamenti! Un anno e mezzo fa: i lavoratori della Terim:

18/lug/2007 No ai licenziamenti! Alla Terim, un'industria di tre stabilimenti nella provincia modenese, sono state avviate le procedure di licenziamento per circa 300 dipendenti, in quanto la direzione dell'azienda vuole delocalizzare la produzione all'estero. Per questo motivo gli operai e i sindacati stanno lottando per mantenere il proprio posto di lavoro e il sito produttivo. Nel servizio sono raccolte le testimonianze di alcuni lavoratori durante una giornata di picchetto.


TERIM MODENA DI NUOVO IN LOTTA 23-1-2009...

09/02/09

La lotta dei lavoratori della Terex-Comedil: intervista al delegato Fiom Ambrogio Casati

La Comedil, azienda che assembla gru per cantieri a Cusano Milanino (Mi), è oggetto di una dura lotta dei lavoratori per mantenere il proprio posto di lavoro e impedire la chiusura dello stabilimento. I 49 operai della fabbrica hanno sfidato la proprietà piantando una tenda permanente davanti ai cancelli dell’azienda per impedire l’ingresso ai camion che dovrebbero portare via le gru terminate.
Abbiamo intervistato Ambrogio Casati, delegato Fiom, che ci ha raccontato la storia sindacale degli ultimi anni dell’azienda e quali decisioni i lavoratori stanno mettendo in campo per lottare contro la chiusura.
Cominciamo dall’inizio. Quali sono le tradizioni sindacali della fabbrica?
Per quasi 20 anni abbiamo sempre ottenuto ottimi contratti interni. Nel 2003 siamo riusciti a firmare un precontratto con un aumento superiore alla media nazionale, attraverso ben 3 giorni di fila di sciopero, picchetti davanti ai cancelli e 12 ore consecutive di trattativa. Riuscimmo a fare assumere anche due lavoratori interinali. Anche sul terreno degli straordinari abbiamo sempre siglato dei buoni accordi, mediamente superiori a quelli ottenuti a livello nazionale.
Per molto tempo siamo riusciti a superare i periodi di cassa integrazione e questa è una cosa importante, soprattutto se si pensa che lo stabilimento di Cusano è una filiale: la sede centrale è a Pordenone, dove si producono gru per cantieri di taglia e modello differente da quelle che produciamo qui.
Le prime avvisaglie della crisi si sono manifestate nel 2007: nella sede centrale di Pordenone c’erano molte più commesse e la direzione voleva aprire qui la cassa integrazione. Abbiamo sempre fatto molti sacrifici per mantenere i livelli produttivi dell’azienda: trovammo un accordo per cui, pur di evitare la cassa integrazione per questa sede, avremmo mandato quattro lavoratori su a Pordenone per colmare le mancanze di manodopera e colmare la produzione.
Il 19 dicembre del 2007 l’azienda ci comunicò l’intenzione di non riconfermare 4 lavoratori interinali e uno a tempo determinato: i padroni avevano ben studiato la mossa perchè avevano comunicato i licenziamenti il giorno della consegna del contratto interno. Tale decisione fu comunicata ai lavoratori il giorno seguente. Votammo e cominciammo uno sciopero ad oltranza: nella riunione di fine giornata approvammo la proposta di reintegro di tutti i licenziati non appena fosse ripartita la produzione, da sottoporre all’azienda. Ma i padroni fecero una chiusura totale nei confronti della nostra proposta e ci dissero che con 100 gru invendute in magazzino non avrebbero assunto proprio nessuno. Il ricatto era evidente: usare la crisi per strapparci un contratto interno più morbido.
Due dei cinque lavoratori hanno fatto causa al giudice che ha dato loro ragione: ora devono decidere se essere reintegrati.
Come è scoppiata la lotta attuale?
Per tutto il periodo successivo, ossia dall’inizio del 2008, i padroni continuavano ad assicurarci che non avrebbero mai fatto uso della cassa integrazione fino a dicembre 2008. In realtà stavano solo prendendo tempo, utilizzando questa tattica per otto lunghi mesi.
L’azienda in questi anni ha prodotto tantissimo: la direzione, proprietaria delle azioni quotate a Wall Strett, ha fatto affari d’oro senza che un centesimo di queste rendite venisse riversato nelle tasche degli operai. Nonostante la crisi, i padroni continuavano a dirci che volevano mantenere la filiale di Cusano e che l’unico problema sarebbe stato quello di alzare i ritmi di lavoro: volevano che con lo stesso personale arrivassimo a 1000 gru all’anno attraverso l’impiego di un modello di sfruttamento del lavoro maggiore. Per presentarci questo modello toyotista, che loro chiamavano modello Tbs, i padroni americani sono addirittura arrivati fin qui.
In realtà non hanno fatto altro che usarci come cavie: applicare su di noi questi standard produttivi, consapevoli da tempo che avrebbero chiuso l’azienda, per poi svilupparlo da altre parti.
A giugno, con l’azienda che respirava aria di crisi, hanno addirittura cercato di scaricarci in busta paga le loro azioni, ormai senza valore. Che ipocrisia! Quando l’azienda fioriva non ci hanno mai offerto nulla.
Nel mese di ottobre del 2008 la direzione ha gettato la maschera e ha comunicato la volontà di aprire la cassa integrazione: siamo riusciti ad ottenere un buon accordo, attraverso l’apertura di una cassa integrazione a rotazione per 27 dipendenti. Anche questo lo abbiamo fatto pur di mantenere il sito produttivo e tutti i posti di lavoro.
L’accordo prevedeva la cassa integrazione a rotazione fino al 6 febbraio 2009. A dicembre ci hanno convocato all’Assolombarda per comunicarci che avrebbero chiuso lo stabilimento di Cusano e che tutto il lavoro sarebbe stato portato a Pordenone.
Come è stata sviluppata la trattativa?
Fin dall’inizio realizzammo come la crisi fosse stata un pretesto per la direzione che aveva deciso di chiudere la filiale molto tempo prima. Infatti quando fummo convocati per la seconda volta all’Assolombarda non si presentò nemmeno un membro della direzione. Ci ritrovammo a trattare con l’avvocato dei padroni e il funzionario dell’Assolombarda.
Fin dall’inizio abbiamo fatto causa per comportamento antisindacale: la direzione ha violato l’accordo che prevedeva la cassa ordinaria per 13 settimane. Avremo l’udienza il 5 febbraio: in caso di vittoria deve continuare la cassa integrazione e va riaperta successivamente la trattativa .
Il lavoro di certo non ci manca e siamo sicuri che arriveranno ancora ordini.
Devo dire che stiamo ricevendo la solidarietà di molti lavoratori ed anche delle istituzioni: la tenda della Protezione Civile è stata fornita dal comune. Noi prima dormivamo in macchina per preservare le gru finite e quelle da finire: qui infatti assembliamo e non abbiamo grandi macchinari da difendere, ma il valore degli ordini terminati è molto alto ed è la nostra forma di pressione più grande. Non deve uscire nulla da qui.
E’ una lotta dura: qui vi sono anche lavoratori con problemi di salute – qui interviene Mario, 54 anni, che ci spiega come abbia preso per mesi 500€ di stipendio perchè ha formalmente superato la soglia della malattia. L’azienda ha a disposizione il fondo Inps per la patologia ma stanno facendo di tutto per rinviare il problema, come se la malattia fosse un fastidio per loro e una colpa per l’operaio.
Cosa avete intenzione di fare adesso?
Il presidio serve a non fare uscire le gru. Siamo determinati ad andare fino in fondo per riottenere il nostro posto di lavoro: è in gioco il futuro di 45 lavoratori, delle loro famiglie e di una fabbrica all’avanguardia. La nostra lotta è innanzitutto per il mantenimento del posto di lavoro: se non riusciamo a salvare questa fabbrica i padroni devono trovarci un altro posto di lavoro.
Abbiamo ancora molto materiale in azienda e molte gru da terminare: il lavoro non mancherebbe, nè mancherebbero gli ordinativi. Voglio ricordare che questa azienda, nonostante la crisi, ha terminato l’anno in attivo. La direzione sta chiudendo solo perchè ha guadagnato un po’ meno.
Ci è stato comunicato dal comune che l’area avrebbe un interesse commerciale se l’azienda dovesse chiudere. Visto che quest’anno ci saranno le elezioni speriamo davvero che non vinca la destra.
Ci sono altre aziende in crisi nella zona?
La Metalli Preziosi, a Paderno, ha una crisi che si protrae ormai da diversi anni: sembra che ora abbiano trovato un acquirente. Stiamo cercando di coordinarci come aziende in crisi: per adesso noi della Comedil siamo in contatto con i lavoratori della Metalli Preziosi e della Innse. Cerchiamo di tenerci in contatto per le assemblee, per i presidi, anche se non siamo propriamente organizzati: cerchiamo di fare le cose a mano a mano che si sviluppano.
Questa vertenza può diventare un esempio: quali passi si possono fare per rompere l’isolamento di queste aziende in crisi?
Abbiamo cominciato con l’aprire fin da subito una cassa di resistenza. In generale, pensiamo che le istituzioni debbano impegnarsi tanto quanto ci stiamo impegnando noi per salvare la fabbrica. Certo, la Provincia ha avuto un incontro con l’azienda: forse però il problema è stato permettere l’insediamento di questa multinazionale nelle aziende del territorio senza alcuna forma di controllo.
Siamo ancora tutti uniti: stiamo votando democraticamente ogni passo della vertenza, dalle parole d’ordine della trattativa ai turni nella tenda. Stiamo sfruttando tutti i canali di comunicazione a nostra disposizione: dai volantinaggi ai mercati all’apertura di un blog (il blog ha il seguente indirizzo: http://terexusaegetta.blogspot.com). I padroni americani temono moltissimo la cattiva pubblicità, soprattutto in un periodo di forte turbolenza finanziaria. Mercoledì 28 gennaio andremo davanti ai cancelli della fabbrica di Pordenone a far sentire le nostre ragioni.
In fabbrica facciamo tutto noi: non esiste nessun aspetto dell’assemblaggio che non passi dalle nostre mani.
Ma a parte questo, siamo noi che mandiamo avanti ogni aspetto della fabbrica ogni giorno.
Questo aumenta la nostra volontà ad andare avanti tutti insieme per mantenere la fabbrica e il posto di lavoro di ognuno di noi
Lavoratori Terex/Comedil Cusano Milanino



La completa solidarietà di CultCorner.info a tutti gli operai che si trovano nella situazione dei compagni della Comedil Terex e della INNSE (vedi su questo blog Firma la nostra petizione "Giù le mani dalla INNSE" );
non vogliamo far diventare questo blog un bollettino di guerra, anche se è evidente che lo sia, ma informare il più possibile, con la speranza di ri-formare le coscienze...
lotteremo con voi!

01/02/09

Firma la nostra petizione "Giù le mani dalla INNSE"

su: www.petitiononline.com/INNSE/petition.html

GIU' LE MANI DALL'OFFICINA, L'OFFICINA NON SI TOCCA.
Questo è il nono mese di lotta che come operai e impiegati della INNSE stiamo affrontando, il nostro obiettivo è la difesa del posto di lavoro, la continuità produttiva, il rifiuto della chiusura della fabbrica.
Stiamo facendo in modo che il padrone Genta non si impossessi del macchinario, abbiamo dovuto resistere con un presidio continuo davanti alle portinerie al suo tentativo di entrare e di svuotare l’officina e di vendere i macchinari al miglior offerente.
Questa battaglia non riguarda solo noi, ma tutti quelli che credono che questa forma di resistenza operaia possa essere un possibile punto di partenza per lottare contro i licenziamenti, in una crisi che ne produce migliaia al giorno.
Una battaglia che riguarda tutti quelli credono che la città di Milano non possa finire in mano a speculatori di ogni tipo, immobiliaristi sull’orlo del fallimento, speculatori finanziari bancarottieri di ogni ordine e grado che chiudono le fabbriche senza nessuna opposizione sociale.
Non solo vi chiediamo di firmare questo appello di solidarietà, ma anche di partecipare attivamente ai presidi per impedire a Genta di smantellare una fabbrica che fa parte della storia industriale di Milano.

Raccogliamo per questo le firme di chiunque voglia aderire all’appello.

Milano, 27 gennaio 2009
La R.S.U, gli operai e gli impiegati della INNSE

16/11/08

Crisi? recessione tecnica? diciamo che entro 1 anno 1 milione di lavoratori resteranno senza lavoro!


Lo sentite il rumore degli zoccoli? Arrivano dal Piemonte, dal Veneto, dalla Lombardia. Due milioni, forse tre milioni di persone perderanno entro un anno (e stanno già perdendo) il posto di lavoro. Lo perdono al Nord, dove c'è, è elementare, i disoccupati del Sud non possono perdere quello che non hanno. Chi rimane a casa da un giorno all'altro occupa le stazioni, fa presidi, scende in piazza. Ma la sua protesta rimane sotto vuoto spinto. I media non ne parlano, si vergognano di mostrare padri di famiglia in mezzo a una strada. Per tranqullizzare usano termini soavi come "recessione tecnica" o "diminuzione del PIL".
Politici e giornalisti (parlo di quelli servi, la maggioranza) sono categorie immuni dalla crisi. Perchè dovrebbero occuparsene? E' un problema che riguarda sempre gli altri. L'unica soddisfazione per i nuovi disoccupati è che non moriranno più sul lavoro, ma soltanto di fame. In Lombardia è scoppiata un'epidemia, le banche si tengono i soldi e non li prestano più senza garanzie, le imprese straniere se ne vanno, quelle italiane perdono il mercato. E' un bollettino di guerra, ma è solo la punta dell'iceberg. Leggere per credere.

BASIGLIO - MILANO: Astrazeneca, multinazionale farmaceutica, annunciato taglio di 315 dipendenti.
ASSAGO - MILANO: già a casa 55 lavoratori (236 in tutta Italia) della Engineering, azienda settore informatico.
ALBINO - BERGAMO: cotonificio Honegger ha annunciato 240 esuberi
PROVINCIA DI BRESCIA: 180 dipendenti della Franzoni filati di ESINE, 132 della Feltri di MARONE, 260 della Niggeler & Kupfer di CETO, 36 alla Henriette di CASTENEDOLO per un totale di 606 lavoratori dell'area bresciana per i quali sono appena stati annunciati tagli e cassa integrazione.
SAN GIULIANO MILANESE - MILANO. La San Carlo licenzia 19 lavoratori.
SUZZARA - MANTOVA: 160 precari IVECO non riconfermati.
MILANO: la Gabetti ha annunciato il licenziamento di 110 addetti (500 in tutta Italia).
CERIANO LAGHETTO - COMO: mobilità per 230 dipendenti della Rhodia.
JERAGO - VARESE: 90 cassintegrati alla Meccanica Finnord.

Ed aggiungo io, perchè mi riguarda personalmente: presso la Casagrande group di Fontanafredda (PN) settore metalmeccanico, entro aprile 2009, dimezzato il personale, più di 100 lavoratori a casa, ed ogni giorno si legge sul Messaggero Veneto di nuovi cassaintegrati: Snaidero, Pittini Ferriere Nord, Assa, Calligaris, chiusa la De Simon, e così via, molte aziende non lo fanno sapere ai media, ancora... aggiungete Voi se ne sapete qualcosa per tenerci aggiornati.

11/11/08

6-Dic.-2008 CORTEO A TORINO PER LA SICUREZZA SUI POSTI DI LAVORO

da: www.proletaria. it

6 Dicembre-2008 CORTEO A TORINO PER LA SICUREZZA SUI POSTI DI LAVORO
CORTEO A TORINO PER LA SICUREZZA SUI POSTI DI LAVORO

Un grande corteo di denuncia, lotta e proposta sui temi della sicurezza sui posti di lavoro partirà il 6 dicembre dalla ThyssenKrupp di Torino

alle 9 per attraversare i luoghi simbolici della vicenda Thyssen, ma sopratutto per portare in piazza, in maniera unitaria e di massa tutti i temi dello scontro sulla sicurezza sui posti di lavoro con i padroni, il governo, lo Stato, il sistema del capitale.
Un corteo che fa propria la campagna per Dante De Angelis e la rilancia nazionalmente per portarla alla vittoria reale.
Un corteo che si concluderà intorno alle 13 con una grande assemblea popolare in cui prenderanno la parola operai e delegati rls di tante fabbriche e posti di lavoro, dalla Thyssen all'Ilva, da Marghera a Palermo, dall'assemblea nazionale degli rls ai ferrovieri appartenenti a tutti i sindacati (sia confederali che di base e di classe). Ci saranno anche i delegati colpiti dalla repressione padronale, Margherita Calderazzi, Franca Caliolo familiare ilva taranto, l’Associazione esposti amianto da Monfalcone e ancora gli esponenti di Medicina Democratica, giornalisti, artisti e comitati immigrati.
Un corteo proposto dalla rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro. Un corteo di tutti in cui siamo tutti invitati e tutti promotori. Un corteo in cui vogliamo tutti i partiti e i gruppi politici comunisti, proletari e progressisti con bandiere e simboli, perché non c'è niente di più politico che la morte sul lavoro per i profitti dei padroni, per le leggi dello stato capitalistico, per le politiche dei governi di centro destra come di centro sinistra!
Un corteo che rifiuti ogni settarismo, spirito di piccolo gruppo ed egemonismo e che conti e si faccia contare nei numeri reali perché sono state messe in campo energie vere e sincere, quotidianamente e per la salute e la sicurezza in fabbrica e sul territorio.

Un corteo che avente base di massa a Torino, porti a Torino con tutti i mezzi possibili il maggior numero di lavoratori e persone interessate, che conti sugli aiuti e i contributi per il viaggio di sindacati, partiti ed enti locali che sostengono in qualsiasi forma e a qualsiasi livello
l'iniziativa.
Un corteo che naturalmente farà un appello al movimento studentesco perché partecipi e lo sostenga, così come tutta la rete nei suoi organismi e nei suoi singoli partecipanti sostiene la giusta lotta degli studenti.
Facciamo del 6 dicembre una tappa importante di questa battaglia, che influenzi e pesi nell'estensione nazionale della lotta e nei rapporti di forza.
6 DICEMBRE 2008 ORE 9.00
CORTEO. CONCENTRAMENTO CSO REGINA PIAZZALE TYSSENKRUPP
ARRIVO CORTEO TRIBUNALE DI TORINO.