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22/03/09

Diciamola tutta 07 - Questa crisi è un vantaggio per molti, bisogna saperne approfittare


Nelle TV via cavo, in questi giorni si sprecano le interviste alle persone che girano per negozi. Molti sembrano contenti perchè "dicono" questa crisi ha fatto abbassare i prezzi e quindi "finalmente" si compra bene. Alcuni di voi si sono sentiti presi per il culo da queste interviste, le hanno considerate un offesa senza ritegno a chi non arriva a fine mese, a chi è rimasto senza lavoro, e a quelli (tantissimi) che non possono permettersi nemmeno di fare la spesa al supermercato. Per questo, ci sono arrivate in redazione centinaia di segnalazioni. Niente paura. Anche noi andremo a verificare se le persone sono contente perchè si sono abbassati i prezzi, magari se troviamo un pulloverino color porta chiusa in "super offerta" lo prendiamo eh!

Visita il sito: http://www.diciamolatutta.tv

Intervista a Giorgio Cremaschi

Intervista a Giorgio Cremaschi, Segretario Nazionale FIOM-CGIL.
Si parla della Crisi Economica Europea, e del ruolo del sindacato a livello nazionale.
Intervista realizzata Giovedì 12 Marzo a Modena da Flavio Novara di Alkemia.

Visita il sito: http://nuke.alkemia.com/


18/03/09

Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia!

Sì al nucleare innovativo con piccole centrali senza uranio Ma non esiste un nucleare sicuro o a bassa produzione di scorie
Rubbia: "Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia"
di GIOVANNI VALENTINI

GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, "con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione". Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l'energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell'Ambiente e d'intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.

Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".

Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".

Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".

In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".

Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".

Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".

Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".

(30 marzo 2008)



07/03/09

Il disegno di legge del senatore Franco Orsi: una lista di orrori senza fine.

"Il disegno di legge del senatore Franco Orsi: una lista di orrori senza fine.
Dal Senato della Repubblica parte in questi giorni uno dei più gravi attacchi alla Natura, agli animali selvatici, ai parchi, alla nostra stessa sicurezza: un disegno di legge di totale liberalizzazione della caccia. E' firmato dal senatore Franco Orsi.
Animali usati come zimbelli, caccia nei parchi, riduzione delle aree protette, abbattimenti di orsi, lupi, cani e gatti vaganti e tante altre nefandezze.
La legge 157/1992, l’unica legge che tutela direttamente la fauna selvatica nel nostro Paese, sta per essere fatta a pezzi.
Ecco la lista degli orrori:
- Sparisce l’interesse della comunità nazionale e internazionale per la tutela della fauna.L’Italia ha un patrimonio indisponibile, che è quello degli animali selvatici, alla cui tutela non è più interessato!
- Scompare la definizione di specie superprotette. Animali come il Lupo, l’Orso, le aquile, i fenicotteri, i cigni, le cicogne e tanti altri, in Italia non godranno più delle particolari protezioni previste dalla normativa comunitaria e internazionale.
- Si apre la caccia lungo le rotte di migrazione. Un fatto che arrecherà grande disturbo e incentiverà il bracconaggio, in aree molto importanti per il delicatissimo viaggio e la sosta degli uccelli migratori.
- Totale liberalizzazione dei richiami vivi! Sapete cosa sono i richiami vivi? Gli uccelli tenuti “prigionieri” in piccolissime gabbie per attirarne altri. Già oggi questa pessima pratica è consentita, seppure con limitazioni. Ma il senatore Orsi vuole liberalizzarla totalmente Sarà possibile detenerne e utilizzarne un numero illimitato. Spariranno gli anelli di riconoscimento per i richiami vivi. Sarà sufficiente un certificato. Uno per tutti! Tutte le specie di uccelli, cacciabili o non cacciabili, potranno essere usate come richiami vivi. Anche le peppole, i fringuelli, i pettirossi.
- 700 mila imbalsamatori. I cacciatori diventeranno automaticamente tassidermisti, senza dover rispettare alcuna procedura. Animali uccisi e imbalsamati senza regole. Quanti bracconieri entreranno in azione per catturare illegalmente animali selvatici e imbalsamarli?
- Mortificata la ricerca scientifica. L’Autorità scientifica di riferimento per lo Stato (l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, oggi ISPRA) rischia di essere completamente sostituta da istituti regionali. Gli istituti regionali rilasceranno pareri su materie di rilevanza nazionale e comunitaria. Potenziale impossibilità di effettuare studi, ricerche e individuazione di standard uniformi sul territorio nazionale.
- Si apre la caccia nei parchi a specie non cacciabili. Un’incredibile formulazione del Testo Orsi rende possibile la caccia in deroga (cioè la caccia alle specie non cacciabili) addirittura nei Parchi e nelle altre aree protette! Saranno punite le regioni che proteggono oltre il 30% del territorio regionale! Norma offensiva! Chi protegge "troppa" natura sarà punito. Come se creare parchi dove la gente e gli animali possano vivere e muoversi sereni, fosse un reato!
- Licenza di caccia a 16 anni. Invece che educare i ragazzi al rispetto, ecco a voi i fucili!
- Liberalizzato lo sterminio di lupi, orsi, cervi, cani e gatti vaganti eccetera! Un articolo incredibile, che dà a i sindaci poteri di autorizzare interventi di abbattimenti e eradicazione degli animali, in barba alle più elementari norme europee. Basterà che un singolo animale “dia fastidio”. Un vero e proprio Far West naturalistico.
- Leggi regionali per cacciare specie non cacciabili. Non sono bastate quattro procedure di infrazione dell’Unione europea, non sono bastate due sentenze della Corte Costituzionale. Il senatore Orsi regalerà a Veneto e Lombardia, ovvero agli ultrà della caccia, la possibilità di continuare a cacciare specie non cacciabili, e di farlo con leggi regionali. E le multe europee le pagheremo noi!
- Caccia con neve e ghiaccio. Si potrà cacciare anche in presenza di neve e ghiaccio, cioè in momenti di grandi difficoltà per gli animali a reperire cibo, rifugio, calore.
Ritorno all’utilizzo degli uccelli come zimbelli! Puro medioevo! Le civette legate per zampe e ali e utilizzate come esca!
- Ridotta la vigilanza venatoria. Le guardie ecologiche e zoofile non potranno più svolgere vigilanza! Nel Paese con il tasso di bracconaggio tra i più alti d’Europa, cosa fa il Senatore Orsi? Riduce la vigilanza!
- Cancellato l’Ente Nazionale Protezione Animali dal Comitato tecnico nazionale. Le associazioni ambientaliste presenti nel Comitato sulla 157 saranno ridotte da quattro a tre. L’ENPA, storica associazione animalista italiana, viene del tutto estromessa
Diffondete questo documento, iscrivetevi alle liste in difesa degli animali selvatici che stanno nascendo sui blog, su Facebook.
Evitiamo che l’Italia precipiti in questa forma di barbarie. La natura è la nostra vita."
Testo disegno di legge Franco Orsi (PDL) confrontato con la legge esistente, dal sito della LIPU

1. Contattate i componenti della Commissione Territorio e Ambiente del Senato che devono discutere la legge Orsi.
2. Inviate una mail con la vostra opinione e/o suggerimenti sulla legge a Franco Orsi

3. Partecipate al gruppo su Facebook

TUTTA LA PUNTATA -di tv.repubblica: in studio, Antonio Morabito (Legambiente).
Al telefono, Franco Orsi (senatore Pdl). Conduce Antonio Cianciullo

15/01/09

Una Donna Palestinese - (cortometraggio - documentario)


fonte: Alternate Focus

Questo cortometraggio documentario porta lo spettatore a conoscere le condizioni di isolamento palestinesi all'interno delle loro comunità. E 'girato accanto al muro di separazione che Israele continua a costruire nei territori palestinesi occupati.

Terry Boulatta, madre, insegnante e attivista della comunità, mostra come il muro alto "27 piedi" circonda il suo quartiere a Gerusalemme Est, racconta la separazione dalle comunità adiacenti di Abu Dis, la separazione con i legami storici delle due comunità. Il muro contribuisce al soffocamento della vita, l'ultima realtà per i palestinesi sotto occupazione.

Terry ci porta a mezza ora di macchina per arrivare da un lato del muro ad un altro, un viaggio, che in precedenza ha avuto solo quattro minuti.
Noi impariamo a conoscere i terminal di controllo attraverso i quali i palestinesi devono passare per viaggiare all'interno del loro territorio.

Terry parla di insediamenti illegali e confische di terra elementi di apartheid, che Israele ha costituito e imposto per i coloni "i padroni della terra".
[traduzione webrond]

02/01/09

Hamas PARLA IL LEADER - MESHAAL: OBAMA SVOLTI, NELL'INTERESSE DEGLI USA

INTERVISTA | di Alain Gresh* - DAMASCO
Il capo del partito islamico che governa la Striscia racconta lo scontro con Abu Mazen e manda un messaggio al prossimo inquilino della Casa Bianca: «Ci vuole un cambiamento che risollevi l'immagine di Washington in Medio Oriente e risolva il conflitto con Israele»
«Hamas e le forze palestinesi hanno offerto un'occasione d'oro per portare una soluzione ragionevole al conflitto arabo-israeliano. Sfortunatamente nessuno l'ha colta, né l'amministrazione americana, né l'Europa, né il Quartetto». In una villa di Damasco, Khaled Meshaal, capo dell'ufficio politico di Hamas, moltiplica le interviste da quando, il 19 dicembre, è scaduto il cessate il fuoco con Israele a Gaza, e mentre il mandato del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) giunge al termine all'inizio di gennaio.
Meshaal gode di un'aura particolare dopo essere scampato per un pelo alla morte nel settembre 1997. Allora risiedeva ad Amman. Su ordine di Benyamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, un commmando dei servizi segreti israeliani gli aveva iniettato del veleno. Ma l'operazione si risolse in un fiasco, i membri del commando furono infatti arrestati dai giordani; il re Hussein pretese che il suo vicino gli consegnasse l'antidoto. Inoltre Israele accettò anche di liberare lo sceicco Ahmed Yassin, capo spirituale di Hamas (che è stato poi assassinato il 22 marzo 2004).
Hamas si difende dall'accusa di essere un ostacolo per la pace. «Noi abbiamo delle riserve rispetto al riconoscimento di Israele. Ciò nonostante, abbiamo detto che non saremo un ostacolo per la realizzazione dell'iniziativa araba del 2002. Gli arabi hanno moltiplicato le loro iniziative. Hanno rinnovato le loro proposte nel 2007. Ma, malgrado questo, la direzione israeliana rifiuta l'iniziativa di pace araba, la spezza in tante parti, gioca con le parole, moltiplica le manovre».
Il precedente del riconoscimento incondizionato dello stato d'Israele da parte dell'Olp non spingerà certo Hamas a seguire la stessa strada. Anche alla fine degli anni '80 gli Stati uniti esercitavano numerose pressioni sull'Olp, affinché questo riconoscesse ufficialmente lo stato d'Israele (senza mai precisare entro quali confini). Nel dicembre 1988 Arafat obbedì. Vent'anni dopo, lo stato palestinese ancora non esiste. Per Meshaal, così come per numerosi palestinesi, a cosa servirebbero ulteriori concessioni? Dopo tutto Abbas ha già fatto tutte le concessioni richieste, e i negoziati che porta avanti da anni non sono avanzati...
Meshaal sembra essere ben determinato. Dopo la vittoria alle elezioni amministrative nel gennaio 2006, e malgrado tutte le pressioni, Hamas resta ancora un attore che non può essere ignorato, soprattutto dopo che, nel giugno 2007, ha assunto il controllo della Striscia di Gaza. Tanto più che è riuscito a infliggere una sconfitta militare ad Israele, che ha costretto quest'ultimo a cercare un cessate il fuoco.
È questo cessate il fuoco (o piuttosto tahdi' a, «ritorno alla calma», in arabo), negoziato sotto l'egida dell'Egitto, che è giunto a scadenza il 19 dicembre. Perché?
«Il cessate il fuoco non è terminato a causa di una decisione. Doveva concludersi in capo a sei mesi, ed è esattamente quello che è successo. L'accordo comprendeva tre punti: il cessate il fuoco tra le parti; l'estensione del cessate il fuoco, nel giro di qualche mese, alla Cisgiordania; la fine del blocco di Gaza. D'altra parte c'era un impegno dell'Egitto ad aprire il punto di passaggio di Rafah».
«Questi impegni non sono stati rispettati da Israele se non in maniera molto parziale. Sì, il livello di violenza si è abbassato, le aggressioni contro Gaza sono diminuite, ma non si sono arrestate ( 25 palestinesi sono stati uccisi dopo la firma dell'accordo). Quanto al resto, niente è stato concluso. I punti di passaggio che avrebbero dovuto essere riaperti entro i dieci giorni seguenti il 19 giugno, sono stati aperti in misura molto minore rispetto al previsto. E, nell'ultimo periodo, la situazione a Gaza è divenuta peggiore rispetto a prima dell'accordo». «A giugno il 94% della popolazione di Gaza era a favore dell'accordo. Oggi le persone sono contrarie, perché esso non ha realizzato ciò che per loro è essenziale: la rimozione del blocco».
Meshaal aggiunge: «In ogni caso la tahdi' a non poteva che essere provvisoria. Perché ciò che è all'origine della situazione, è l'occupazione, e l'occupazione genera la resistenza. Noi facciamo una guerra difensiva, non una guerra d'aggressione».
Sul territorio i combattimenti sono ricominciati. Ai raid israeliani rispondono i razzi palestinesi. La stampa israeliana evoca un'operazione su larga scala contro la Striscia di Gaza, e Tzipi Livni, ministra degli esteri israeliana, dichiara che bisogna sbarazzarsi di Hamas con tutti i mezzi. Ma che cosa si può tentare d'altro, se non un ritorno all'occupazione diretta di Gaza?
Hamas dispone di sostegni regionali, in primo luogo Siria e Iran. Diversi paesi del Golfo hanno mantenuto relazioni con il movimento. La Giordania, dopo un lungo periodo di boicottaggio, ha iniziato un dialogo con l'organizzazione. Con spirito pragmatico, il re Abdallah ha dovuto tener conto del fallimento dei tentativi di eliminare Hamas, che dispone di appoggi importanti nel regno, in particolare l'organizzazione dei Fratelli musulmani. D'altra parte i negoziati israelo-palestinesi sono in un'impasse, e l'assenza di qualsiasi soluzione per la questione dei rifugiati - ci sono diversi milioni di palestinesi in Giordania - fa temere al sovrano la ripresa dell'idea che la Giordania debba essere lo stato palestinese, idea agitata a più riprese dalla destra israeliana.
Ora, Hamas si oppone sia a questa idea, sia a quella dell'installazione definitiva dei rifugiati nel paese d'accoglienza.Il problema per Hamas resta la disposizione dell'Egitto. Il Cairo ha gestito direttamente la Striscia di Gaza tra il 1949 e il 1967, e ha un'influenza reale. L'Egitto è stato il padrino dell'accordo della tahdi'a tra Hamas e Israele. Pertanto non considera che Hamas, che ha vinto le elezioni del 2006, sia l'autorità legittima; lo vede piuttosto come una semplice estensione dei Fratelli musulmani, la principale forza d'opposizione, molto repressa, al regime del presidente Mubarak. Inoltre l'Egitto, firmatario di un accordo di pace con Israele, preferisce la «morbidezza» di Abbas all'«intransigenza» di Hamas. È forse questo che permette di comprendere come mai Il Cairo rifiuta di aprire il passaggio di Rafah tra l'Egitto e Gaza, apertura che consentirebbe di rompere il blocco ma che sarebbe interpretata come una vittoria di Hamas?
«Noi vogliamo buone relazioni con i paesi arabi - spiega Meshaal - non siamo mai all'origine della rottura con questo o quell'altro. Trattiamo sempre con i governi, mai con le forze d'opposizione; non ci immischiamo negli affari interni».
Un ritorno all'unità palestinese è concepibile? Dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, i ponti tra gli islamici e il presidente Abbas si erano rotti.
«Ci sono due tappe nei tentativi di riconciliazione tra il potere di Ramallah e noi. All'inizio il potere non voleva accordi, a causa dei veti americani e israeliani: perché pensava che noi saremmo affondati a Gaza sotto l'effetto del blocco; e che il vertice di Annapolis avrebbe portato ad uno sfondamento. In seguito, messe in scacco queste speranze - e con l'arrivo al potere di un nuovo presidente negli Stati uniti, e anche, in febbraio, di un nuovo premier israeliano - la presidenza palestinese ha cambiato posizione. Gli è sembrato necessario cercare di ottenere un accordo che permettesse di presentare, sotto la direzione di Abbas, un progetto palestinese unificato. E, per esser franco, alcuni sperano che l'accordo garantisca la tenuta delle elezioni e la rimozione di Hamas dal potere per via elettorale. Ma questo mostra come la volontà di riconciliazione si appoggi su basi false, e spiega anche perché sia fallita».
La regione attraversa una fase d'attesa. Le elezioni generali avranno luogo in Israele il 10 febbraio. Tra meno di un mese Barack Obama prenderà le funzioni presidenziali. Si va verso dei cambiamenti? «All'inizio il nuovo presidente dovrà ammorbidire la politica americana per due ragioni. Prima di tutto perché l'amministrazione Bush ha fallito, ha portato l'impasse nella regione. Inoltre poiché la non risoluzione del conflitto arabo-israeliano, e la non soluzione della questione palestinese su una giusta base, porteranno l'instabilità non soltanto nella regione ma nel mondo intero. È dunque nell'interesse degli Stati uniti sopprimere le cause dell'ostilità agli americani nella regione e nel mondo musulmano».
Meshaal riflette un momento poi aggiunge: «C'è una terza ragione. Se Obama vuole ridare un ruolo più effettivo agli Stati uniti nel mondo, deve trattare il Medioriente in una maniera differente. Su molti dossier si sono allineati ad Israele e alla lobby sionista. Questo cambiamento si produrrà? In questo stadio, non saprei rispondere. Ma, per quanto ci riguarda, avremo un atteggiamento positivo e risponderemo in maniera responsabile a ogni iniziativa americana che terrà conto dei diritti dei palestinesi».

(Traduzione di Nicola Vincenzoni)

* giornalista di Le Monde diplomatique. Tratto da http//blog.mondediplo.net

21/11/08

PRIGIONIERI DEL SUPEREURO

La moneta unica sta danneggiando l’Italia. A causa degli exploit sui mercati della Germania. Parola di uno studioso tedesco di commercio e sviluppo.
Colloquio con Heiner Flassbeck di Federica Bianchi

Nel decimo compleanno dell’euro, Heiner Flassbeck, il capo economista dell’Unctad, l’agenzia dell’ONU che si occupa di commercio e sviluppo internazionale, è critico con la banca centrale europea per la sua “fissazione”, come dice lui, sull’inflazione, che rischia di ingabbiare l’attività produttiva dei paesi più deboli come l’Italia e di metterli in ginocchio per sempre, costringendoli ad uscire dall’unione monetaria. “La situazione economica europea non è ne buona né cattiva”, spiega dal suo ufficio di Ginevra:” Il problema è che il tasso di crescita dell’economia è stato sostanzialmente debole: la disoccupazione è scesa, è vero, ma ci troviamo in un trend economico negativo dovuto alla crisi finanziaria dei mercati, ma anche all’euro forte”.
Quali sono i paesi maggiormente colpiti dal supereuro e per quali motivi?
“L’euro forte danneggia in particolare i paesi europei della fascia mediterranea. Il problema principale è che abbiamo creato dei divari enormi nel rapporto tra costo nominale del lavoro e livello competitivo dei paesi europei. In una unione monetaria questa situazione pone le premesse per io disastro. Prima o poi il sistema collasserà. In cinque, dieci o 15 anni, non so. Ma il sistema monetario, con questi enormi divari tra aziende italiane e tedesche, cadrà di sicuro. Il Nord Italia compete con la Germania in tanti campi. Ma, sebbene in Italia l’aumento dei salari sia moderato, non potete sopravvivere a meno che la Germania non aumenti i suoi salari”.
In quel caso sarebbe possibile ripristinare l’equilibrio?
“Quasi impossibile. Anche se la Germania permettesse una crescita dei salari e l’Italia non modificasse niente, al vostro paese occorrerebbero dieci anni per raggiungere appena lo stesso rapporto tra costo del lavoro e produttività che ha la Germania. Ciò vuol dire che perfino nel 2017 l’Italia non guadagnerebbe quelle quote di mercato che ha perso a favore della Germania negli ultimi vent’anni. Ma è impossibile che la Germania aumenti questi salari, la Banca centrale direbbe che creerebbe inflazione. Quindi non succederà. Non credo comunque che questo scenario sia realistico: realistico è un processo di aggiustamento molto più lungo oppure il collasso del sistema monetario europeo. Una volta che un paese ha perso competitività e quote di mercato, e il paese vincente è un paese tanto grande e forte come la Germania, la situazione diventa drammatica. Il surplus commerciale della Germania sta esplodendo, mentre tutti gli altri paesi del Mediterraneo stanno soltanto in deficit”.
Che soluzione propone?
“Quello che nessuno capisce è che la Germania ha rotto le regole implicite del sistema monetario molto più dell’Italia. In Italia tutti pensano che sia il contrario. Ma se si guarda il grafico (vedere qui sotto) si nota che la Germania ha deviato dalla ‘linea di inflazione neutrale’ più dell’Italia. La Germania dovrebbe aumentare i salari. In Italia tutti pensano che bisognerebbe aumentare la produttività soffrire, ma L’Italia ha sbagliato molto meno della Germania. La Germania è il cattivo in questo caso, non l’Italia. La curva del consumo in Germania è piatta come quella del costo del lavoro a causa della filosofia secondo cui noi tedeschi dobbiamo sempre i campioni dell’export nel mondo. Ciò che la gente non capisce è che in una unione monetaria non si può più fare. Lo puoi fare con gli USA: loro possono svalutare la moneta e il problema è risolto. Nel 1992, quando l’Italia ha avuto problemi competitivi ha svalutato e non ci sono stati problemi. Ma con l’euro non si può fare. Se la Germania continua a combattere per avere una chance di aggiustamento alla fine. Salvo il collasso del sistema”.
Eppure ultimamente le esportazioni tedesche hanno perso smalto…
“Le esportazioni in Germania non stanno scendendo: non salgono tanto come prima. E se scendono non è nei confronti dell’Europa, ma nei confronti degli USA che hanno svalutato la moneta. In Europa, la Germania è di gran lunga il paese economico più forte. E tale rimarrà per i prossimi 500 anni se le cose non cambiano drammaticamente. Se la Germania non cambia politica, succederà in Europa quello che è successo nella Germania dell’Est: è rimasta economicamente morta mentre quella dell’Ovest deve pagarei trasferimenti. Vogliamo la stessa situazione in Europa? Se aumentassero i salari in Germania, i cittadini potrebbero consumare di più e l’Italia esportare di più. Ne guadagnerebbero tutti”.
Cosa dovrebbe fare l’Italia per aumentare la sua produttività?
“Più investimenti. Ma non avverrà. La Banca centrale è troppo restrittiva e la Germania troppo forte. Non c’è modo che l’Italia possa riguadagnare competitività”.
E allora?
“Italia, Spagna, Portogallo, e Grecia dovrebbero andare a Bruxelle e chiedere di ripristinare lo schema macroeconomico del dialogo. Mario Draghi deve dire che l’Italia non può andare avanti così, e che è soprattutto colpa dei tedeschi. Ero a favore dell’euro, ma per me è stato sempre chiaro che era importante avere uno schema di cooperazione per evitare il gap dei salari”.
Sarebbe positivo o negativo per l’Italia uscire dall’Unione monetaria?
“Dipende da come si esce. Chi potrebbe dire che cose sciocche potrebbero fare i politici italiani fuori dell’euro! Ma sicuramente un deprezzamento della moneta sarebbe inevitabile. Basta guardare all’Argentina: diceva che avrebbe avuto per sempre un cambio fisso con gli USA, ma è durato solo nove anni. Poi l’esperimento è finito e l’Argentina ha deprezzato la moneta del 300 per cento. Nessuno in Europa ha pensato ad una eventualità simile fino a oggi”.
Come si sta comportando la Banca centrale europea?
“Sono critico nei confronti della Banca centrale europea. Reagisce con troppa lentezza. Avrebbe dovuto tagliare i tassi d’interesse, ma non sta facendo nulla per paura dell’inflazione. E’ ridicolo, con il prezzo del petrolio a 130 dollari al barile e un aumento annuo del 3 per cento, dire che siamo a rischio d’inflazione. Non è inflazione: è un aumento straordinario del prezzo delle materie prime”