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12/03/10

Chi profitta della crisi

Aspettando il Grecale - di Galapagos

Ieri in Grecia, oggi in Italia: milioni di lavoratori stanno scendendo nelle piazze chiedendo una politica economica diversa che faccia pagare la crisi soprattutto a chi con la crisi si è arricchito tanto. Come ci ha fatto sapere ieri la rivista Forbes (edita dal miliardario Steve Forbes) lo scorso anno i miliardari (con patrimonio superiore al miliardo) sono aumentati di oltre il 20%: da 793 a 1001. E tutti insieme posseggono una fortuna di 3.600 miliardi (quasi il doppio del PIL italiano) il 30% in più dell'anno precedente: Per loro la crisi è stata una benedizione.
Ma come è possibile arricchirsi in un anno di crisi nel quale il Pil mondiale è diminuito di quasi il 4%?
Semplice: facendola pagare ai lavoratori, riducendo ulteriormente la loro quota nella distribuzione dei redditi. Al tempo stesso proteggendo le enormi ricchezze depositate nelle banche, evitando di far fallire le banche. E stiamo parlando di "sussidi" per migliaia di dollari. Il tutto in base al principio che il capitale finanziario non può essere fatto fallire perché tutto il sistema economico gli crollerebbe dietro. Forse. Ma il risultato è evidente: decine di milioni di lavoratorihanno perso il posto di lavoro e il tasso di disoccupazione sfiora il 10%: Senza contare, come sostengono le Nazioni Unite, che il livello di povertà sta costringendo alla fame centinaia di milioni di persone. Nei paesi "arretrati", ma anche nel cuore dell'impero. E la crisi morde in profondità senza differenze nei paesi nei quali la flessibilità era massima (Stati Uniti e Spagna, tanto per fare un paio di esempi) e dove le garanzie per i lavoratori "erano" un pò più serie. Come in Italia. Erano, perché ora anche in Italia il lavoratore non ha più protezione: con l'abolizione di fatto dell'articolo "18" il capitale anche da noi ha ripreso il coltello dalla parte del manico, pronto a pugnalare.
La Cgil che oggi scende in piazza (in maniera un pò sfrangiata e dando l'impressione di aver indetto lo sciopero di 4 ore solo per problemi di rapporti interni) ha posto al primo punto proprio lo smantellamento dell'articolo 18. Purtroppolo fa tardivamente: la mobilitazione andava fatta prima che il parlamento approvasse il progetto degli ex (tanto ex) socialiti Brunetta e Sacconi. Lo sciopero è stato proclamato anche per la difesa della democrazia, del potere d'acquisto dei lavoratori e dei pensionati e per la creazione di posti di lavoro. Il governo che due anni fa aveva lanciato l'elemosina della social card, ieri ha fatto di peggio: ha stanziato 300 milioni di euro per incentivare la ripresa dei consumi. Ogni italiano in media potrà ricevere 5 euro, ogni famiglia 15. Statistiche "false", ma che assumono significato quando si scopre che gli incentivi sono destinati anche per l'acquisto di motori per la nautica da diporto. Immaginiamo la fila di cassaintegrati Fiat o dei lavoratori Eutelia o dei piccoli imprenditori che fanno a pugni per gli incentivi!
Ma non è finita: ieri la Bce ci ha detto che la ripresa è lenta e la creazione di nuovi posti di lavoro è rinviata al fututo. Poi ha lanciato un avvertimento ai governi: preparatevi a un "exit Strategy", cioè a ridurre i deficit di bilancio provocati dalla crisi. Visto che il 90% degli aiuti è finito in mani ricche, l'avvertimento potrebbe sembrare buono. ma non è così: quando gli "gnomi" di Francoforte parlano lo fanno a senso unico. Il loro modello sono i provvedimenti greci: il blocco delle pensioni, la riduzione dei salari. In più, privatizzazioni e flessibilità. Il dramma è che molti sono convinti che Menenio Agrippa col suo "apologo" avesse ragione e che un mondo diverso non è possibile: gli schiavi debbono rimanere schiavi e i padroni, padroni per sempre.

22/03/09

Diciamola tutta 07 - Questa crisi è un vantaggio per molti, bisogna saperne approfittare


Nelle TV via cavo, in questi giorni si sprecano le interviste alle persone che girano per negozi. Molti sembrano contenti perchè "dicono" questa crisi ha fatto abbassare i prezzi e quindi "finalmente" si compra bene. Alcuni di voi si sono sentiti presi per il culo da queste interviste, le hanno considerate un offesa senza ritegno a chi non arriva a fine mese, a chi è rimasto senza lavoro, e a quelli (tantissimi) che non possono permettersi nemmeno di fare la spesa al supermercato. Per questo, ci sono arrivate in redazione centinaia di segnalazioni. Niente paura. Anche noi andremo a verificare se le persone sono contente perchè si sono abbassati i prezzi, magari se troviamo un pulloverino color porta chiusa in "super offerta" lo prendiamo eh!

Visita il sito: http://www.diciamolatutta.tv

18/03/09

Contro la crisi, il primo miracolo del Governo! W L'ITALIA!!!

Appalto unificato ristorante-bar e la ditta ritocca il listino
I prezzi scendono del 20%, il caffè a quaranta centesimi
I questori: sul bilancio effetto zero.
I servizi di ristorazione nel 2008 sono costati quasi un milione e mezzo di euro.

ROMA - La pasta al ragù di ieri dicono fosse ben condita e cotta al punto giusto. E pagarla 1,50 centesimi anziché 1,80 l’ha resa ancora più buona. Carne tenerissima e speziata come si deve per il roast beef servito per secondo. Due euro e non più 2,50. E che dire del caffè? Precipitato a 42 centesimi anziché i 50 pagati fino a venerdì scorso (e che nel famoso bar accanto Palazzo Madama vola a 1 euro per i comuni mortali). Da oggi, quando come ogni martedì torneranno al lavoro dal lungo weekend, i 315 senatori si imbatteranno nella novità che di questi tempi vale doppio: sconto del 20% per tutti i prodotti serviti in buvette.

Sì, la novità è quella: dentro il palazzo che è stato dei Medici e di Margherita d’Austria e che ospita uno dei due rami del Parlamento, a differenza di quanto accade fuori e a dispetto delle indennità complessiva da 14 mila euro dei suoi inquilini - i prezzi da ieri mattina anziché aumentare sono diminuiti. Svolta che matura nel giorno in cui crollano le borse, vengono ufficializzati il tracollo del pil 2008 e l’inflazione all’1,6%, insomma fa un certo effetto. Ma va pure detto che al “miracolo” del Senato non corrisponderà un aggravio per le casse pubbliche.

L’aggiornamento al contrario del prezziario, si affrettano a precisare i senatori questori, è dovuto all’avvicendamento nella gestione della buvette. Infatti, da ieri è subentrata alla vecchia ditta quella stessa multinazionale “Compass group” che già gestiva da 15 anni il ristorante dei senatori. Prezzi “politici” anche lì, com’è noto, fermi però da qualche tempo.


Invece, al bar del primo piano di fronte l’aula, accessibile solo a senatori, funzionari e giornalisti, tac, si taglia di un quinto. Mantenendo ferma per il momento la voce di spesa del bilancio di Palazzo Madama, che per la voce “ristorazione dei senatori” nel 2008 ha comportato un esborso da 1 milione 427 mila euro.

“No, la crisi con le riduzione non c’entra. Abbiamo affidato per cinque mesi la gestione a una società che garantiva il medesimo servizio con costi ridotti - spiega il questore Benedetto Adragna (Pd) - C’è già un bando di gara che tra poco tempo ci consentirà di affidare tutti i servizi di ristorazione al medesimo soggetto, con un notevole risparmio”. In attesa, subentra la Compass group. “La nostra è una multinazionale, sia chiaro - precisa il direttore del ristorante e della buvette, Giovanni Moralli - e grazie a una serie di economie interne, grazie alle cucine del ristorante di cui già disponiamo nell’edificio, abbiamo potuto garantire l’ulteriore sconto sui prezzi. Partecipiamo alla gara e speriamo dunque di restare”.

Il ribasso è minimo ma si nota, considerate le cifre già modeste. Elenca il direttore, giusto per farsi un’idea: una spremuta da 1,20 euro a 92 centesimi; panino col prosciutto da 1,50 a 1,17; il tramezzino da 1,20 euro a 96 centesimi; il cappuccino da 0,70 a 58; il the con fette biscottate, gettonatissimo al pomeriggio dalle onorevoli senatrici, da 1 euro a 84 centesimi. E poi tutto giù del 20%, appunto, il liquore come l’aperitivo a 0,93, il pasticcino a 0,46, la birra a 1,60.

“La cosa veramente scandalosa è che noi, al bar dei dipendenti al piano di sotto, riservato ai lavoratori, pagheremo adesso di più” lamentava un impiegato ieri pomeriggio sventolando tanto di scontrino. Poca cosa in più: la spremuta giù costa 1,10 euro, il cappuccino 0,60, roba di pochi centesimi, ma è il segnale che a loro no va.

“Diciamo la verità, non sono quei pochi centesimi che d’ora in poi risparmieremo che cambieranno la vita di noi senatori - prova a minimizzare una vecchia guardia come Carlo Vizzini (Pdl), presidente della commissione Affari costituzionali - Chi mangia in buvette, contrariamente a quanto si pensa fuori, è un disperato come me, che mangia sempre in piedi come un cavallo perché non ha il tempo di sedere al ristorante. Detto questo, certo, è un’operazione virtuosa a costo zero per il Senato che rischia però di avere un pessimo impatto all’esterno. Si ritirerà fuori la storia della casta. Il momento magari non era dei migliori, ma conta il fatto che sia a costo zero”.

Sorpreso il dipietrista Francesco “Pancho” Pardi. “Ma sul serio hanno tagliato i prezzi? Ma erano già bassi! Non è che ne avessimo bisogno, inviterei i vertici del Senato a risparmiare, sì, ma in settori più strategici che non a vantaggio della nostra pausa caffè”.

3 marzo 2009

Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia!

Sì al nucleare innovativo con piccole centrali senza uranio Ma non esiste un nucleare sicuro o a bassa produzione di scorie
Rubbia: "Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia"
di GIOVANNI VALENTINI

GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, "con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione". Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l'energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell'Ambiente e d'intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.

Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".

Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".

Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".

In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".

Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".

Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".

Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".

(30 marzo 2008)



06/03/09

I° Incontro Nazionale delle Liste Civiche dei Comuni a 5 Stelle

L'8 marzo, presso il Saschall di Firenze, via Fabrizio De André, angolo lungarno Aldo Moro, ( visualizza mappa) le Liste Civiche di tutt'Italia e i cittadini sostenitori si incontreranno per discutere i programmi e le iniziative da attuare all'interno deirispettivi Comuni.

Il programma prevede:

ore 9.15 accredito

Introduzione - Beppe Grillo
Politica - Marco Travaglio
Ambiente - Maurizio Pallante
Salute - Patrizia Gentilini, Giuseppe Miseretti, Michelangelo Bolognini
Energia - Marco Boschini
Riciclo - Matteo Incerti
Connettività - Maurizio Gotta (Anti Digital Divide)
Diritti dei cittadini - Sonia Alfano
Acqua - Riccardo Petrella

Break

Presentazione sito Liste Civiche
Interventi delle Liste Civiche e dei Meetup
Conclusioni - Beppe Grillo

[fonte: Blog di Beppe Grillo del 5 marzo 2009 ]

Comuni a Cinque Stelle: CONNETTIVITA'

Una persona senza orecchie e senza bocca. Un mostro uscito da una novella di Stephen King. Questo è il cittadino italiano senza connettività. L'accesso all'informazione attraverso la Rete deve essere gratuito, riconosciuto insieme alla carta di identità. I servizi via Internet devono essere accessibili da Castel Volturno a Pizzo Calabro, dalle periferie romane ai paesi dell'Appennino. La legge Pisanu che limita lo sviluppo dei punti Wi Fi va abolita. La Rete deve diventare come l'aria. Da una panchina di un parco o da un bar. Da un tunnel dell'autostrada o da un treno. Ovunque. La dorsale di accesso alla Rete va separata da chi fornisce i servizi. Deve tornare in mano pubblica, non di Mediaset, e fornire un servizio pubblico. I Comuni devono considerare la copertura della Rete allo stesso livello della rete idrica. Essenziale. Vitale. Per lavorare, per comunicare, per formare comunità, per informarsi. La Rete è trasparenza. Le sedute comunali vanno filmate dal Comune, a cura del Comune, trasmesse in diretta streaming, caricate su YouTube. I Comuni senza la connessione alla Rete o con velocità di accesso limitata sono tagliati fuori. Il vero Digital Divide per il lavoro e per l'informazione è tra il Comune connesso e il Comune disconnesso. La connettività è lavoro, promuove i servizi e le produzioni locali. La connettività è turismo. La connettività è democrazia. I Comuni a Cinque Stelle sono Comuni connessi.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

L'incontro nazionale delle Liste dei Comuni a Cinque Stelle si terrà a Firenze, al Saschall Teatro, domenica 8 marzo 2009.
Le Cinque Stelle corrispondono a cinque aree specifiche: Acqua, Energia, Sviluppo, Ambiente e Trasporti. Oggi pubblico un post sulla CONNETTIVITA ' (SVILUPPO) Inviate le vostre considerazioni nei commenti.
Iscrivetevi all'incontro nazionale dei Comuni a Cinque Stelle dell'otto marzo.


CONNETTIVITA'
1. Cittadinanza digitale a ogni residente
2. Favorire l'Introduzione di ripetitori Wimax per l'accesso mobile e diffuso della Rete e, allo stesso tempo, pretendere la diffusione dell'ADSL
3. Diffusione di punti Wi Fi nel territorio del Comune per una massima copertura, in particolare delle aree di maggior frequentazione
4.Servizi comunali disponibili, ogni volta che questo sia possibile, via Internet
5. Consigli comunali pubblici in diretta streaming via Internet
6. Incentivare la creazione di aree di telelavoro
7. Promuovere on line, con il concorso delle diverse aree produttive e di servizi, l'offerta presente nel Comune
8. Punti di accesso alla Rete nei posti pubblici, ad esempio le biblioteche
9. Promuovere corsi di informatizzazione e Internet
10. Dotare le scuole comunali di strutture per l'accesso a Internet (pc, stampanti, ecc.) da parte di studenti e insegnanti

Ps: partecipa al Forum dei Comuni a Cinque Stelle sulla connettività


02/03/09

La seconda battaglia contro il NUCLEARE

CultCorner.info condivide e si associa alla SECONDA BATTAGLIA CONTRO IL NUCLEARE: a seguire tutti i contatti e le informazioni e tutto quel che ti serve per spiegare perchè siamo CONTRO: [ fonte: www.jacopofo.com ]

Lanciamo una campagna contro il nucleare in Italia!
Non lasciarti travolgere dalla fessacchiaggine.
Questi sono pericolosi veramente.
Ed è anche una battaglia divertente perchè questa la vinciamo di sicuro.
Abbiamo dalla nostra parte il 70% degli italiani. Voglio poi ridere quando dovranno annunciare DOVE le voglio fare sté quattro centrali francesi che Berlusconi ha fatto l'accordo con Sarkozy e l'Enel.
Alla fine non se ne farà niente e saranno solo soldi buttati.

4 centrali nucleari in Italia. Ma sono francesi...

E ora voglio ridere quando si scopre dove dovranno essere costruite queste 4 centrali.... Le vuoi vicine a casa tua? Ma sono di nuovo tipo... Non ti devi preoccupare... Non ti fidi di Sarkozy?

Berlusconi ha firmato un accordo con Sarkozy per 4 centrali nucleari francesi costruite in Italia. Una follia in collaborazione con Enel.
Saranno pronte fra 20 anni. La crisi energetica sta già scoppiando (solo la crisi economica ci sta dando una boccata d'aria. Non ci serve energia fra 20 anni, Ci serve ora.
Qui di seguito pubblico due approfondimenti sul nucleare con una serie di notizie che i media si guardano bene dal diffondere.
Si tratta di un grande lavoro di ricerca per il quale devo ringraziare Laura Maluccelli, grande amica e straordinaria ricercatrice.
Leggi solo se hai voglia di farti rizzare i capelli in testa.
La storia del nucleare e 100 volte più folle di quel che credi. [fonte]

E DOVE LE FANNO STE' CENTRALI NUCLEARI?
ECCO DOVE LE FANNO!

(ripubblico l'articolo sullo studio lanciato mesi fa da Roggiolani, i disegni sono relativi a quella campagna, clicca per ingrandirli)

Ma gll’italiani sono lenti e aspetteranno per incazzarsi quando vedranno muoversi la macchina nucleare sotto casa loro. Basta un solo discorso per dire quanto progetto questo sia folle. I dati ce li dà Repubblica di qualche giorno fa, in un articolo che finge di essere imparziale e ci presenta il piano della Edison per 5-10 centrali nucleari sparse per il paese. Una vera follia. Vediamo perché. Innanzi tutto se si partisse immediatamente a costruirle entrerebbero in funzione (secondo i tecnici Edison) nel 2019. Se ciò si avverasse sarebbe la prima volta in Italia che un’opera viene realizzata nel tempo previsto. Ma poniamo pure che ci riescano sarebbe una realizzazione tardiva visto che la crisi energetica e gli alti costi del petrolio stroncheranno l’economia italiana entro 5 anni se non si troveranno delle soluzioni. Ma al di là di questo, la spesa prevista da Edison per 10 centrali è di 40 miliardi di euro (ottantamila miliardi di lire) con un costo di 2 mila euro a kilowat. Ma con 2 mila euro a kilowatt posso installare le turbine a acqua di nuova generazione che lavorano spinte dalla alta e dalla bassa marea o dalla corrente dei fiumi. Cioè non hanno bisogno di cascate. Ogni singola turbina produce 1 kilowatt di potenza e ha un diametro di 120 centimetri. Quindi è piccola e può essere installata sul fondo di un corso d’acqua senza interferire con la navigazione. E queste turbine potremmo iniziare a installarle da domani mattina e si ripagherebbero con l’energia prodotta prima che le centrali nucleari possano entrare in funzione. Ma l’articolo di Repubblica ci informa anche che Moody’s, la nota agenzia di rating (cioè quelli che valutano l’affidabilità di un investimento) ha stimato che il prezzo reale di una centrale nucleare arriverebbe a 4 mila euro per ogni kilowatt di potenza, mentre il prezzo attuale di un kilowatt prodotto con l’eolico è intorno ai 3 mila euro. Inoltre bisognerebbe calcolare che nei prossimi anni i prezzi di idrico e eolico continueranno a calare grazie alla massificazione dei sistemi di produzione e alle nuove tecnologie che stanno per arrivare sul mercato. E si calcola che tra 3-4 anni il solare dovrebbe diventare conveniente rispetto al nucleare anche senza finanziamenti pubblici. Infine nel costo del nucleare non è conteggiata la spesa per stoccare per decine di millenni le scorie radioattive che in mano dei terroristi si trasformerebbero in bombe atomiche sporche (composte da esplosivo convenzionale e scorie che vengono sparse nell’atmosfera dalla deflagrazione). Infine, se ci fossero ancora dubbi potremmo aggiungere che l’uranio, che alimeta le centrali nucleari, è agli sgoccioli: nei prossimi anni sarà sempre più raro e più caro. In sintesi oggi costruire centrali nucleari è pericoloso, stupido e soprattutto anti economico. Sinceramente non credo che alla fine riusciranno a farle. Credo però che riusciranno a spendere un mare di soldi nel tentativo di farlo. [fonte]

Vedi qui altre info sulla localizzazione delle centrali. (con mappe e spiegazione dei criteri utilizzati per individuare i possibili siti che Berlusconi sceglierà.

TUTTI I PROBLEMI DEL NUCLEARE:
PERCHE' E' UNA FOLLIA.
(Da "salvare l'ambiente conviene!" Edizioni Nuovi Mondi Media-jacopo fo)

E CI RIPARLANO DI NUCLEARE...
Sono trascorsi oltre 20 anni dal referendum
che, nel 1987, bocciò l’uso del nucleare in Italia.
Nonostante gli anni, le ragioni sollevate dal NO
risultano ancora assai attuali: lo smaltimento
delle scorie, la scarsa quantità di uranio disponibile,
la pericolosità dimostrata da molteplici avvenimenti,
gli astronomici costi che comporta...
I problemi sono rimasti, nessuno è stato risolto.
Ciononostante, nel periodo 1992-2005, dei fondi
per la ricerca e lo sviluppo, l’11% è stato destinato
alle fonti rinnovabili nel loro insieme mentre il
nucleare ha assorbito oltre il 58%.4
62
Come riporta lo studioso Marco Cedolin: secondo
le stime correnti, la quantità di tutto l’uranio
estraibile è nell’ordine dei 3,5 milioni di tonnellate.
Dal momento che il consumo attuale è di 70.000
tonnellate/anno (per coprire solo il 6% della
domanda globale di energia primaria), basteranno
50 anni per esaurire tali scorte (considerando che ci
vogliono almeno 10-12 anni per costru i re una centrale
nucleare). Se ci fosse un “ritorno al nucleare”
l’esaurimento della risorsa sarebbe, però, ancora
più rapido: appena pochi anni.
Gli operatori del mercato dell’uranio sanno benissimo che diventerà tra non molto una merce rara. anche un dato quantomeno strano rispetto
al nucleare: in questi ultimi quattro anni, il prezzo
dell’uranio è salito di circa 20 volte, senza che ci
sia stato alcun aumento della richiesta.
Allo sviluppo dei reattori di IV generazione
(che, secondo i ricercatori, dovrebbe avvenire nel
2030) è affidato il compito di superare questi limiti:
tre delle sei filiere studiate sono reattori veloci
al plutonio e, tra queste, quella più avanti nello
sviluppo è raff reddata con sodio liquido. Il
Superphénix, un reattore veloce al plutonio raffreddato
con sodio liquido, è stato il più grande
fallimento industriale della storia: 13.000 miliardi
di lire per un ventennio (a partire dagli anni
Ottanta), a cui si devono aggiungere 2,1 miliardi
di euro (stimati dalla Corte dei Conti francese per
63
lo smantellamento). Dopo 54 mesi, Superphénix è
stato chiuso nel 1994 per i continui incidenti. I cittadini
italiani non lo sanno ma hanno pagato,
attraverso Enel, il 33% di questa folle spesa.
Le scorie nucleari si possono dividere in diverse
categorie in base al loro stato (solido, liquido o
gassoso), dal potenziale di radioattività in esse
contenuto e dalla durata nel tempo della loro
pericolosità. Sostanzialmente i rifiuti radioattivi si
dividono in tre gruppi:
• le scorie a bassa attività costituite da carta, stracci,
indumenti, guanti, soprascarpe, filtri liquidi.
Un tipico reattore nucleare ne produce annualmente
circa 200 metri cubi (mc);
• le scorie a media attività, costituite dagli scarti di
lavorazione, da liquidi, dalle resine di ioni derivanti
dalle centrali nucleari, dagli impianti di
riprocessamento e dai centri di ricerca. Un tipico
reattore nucleare ne produce circa 100 mc
l’anno;
• le scorie ad alta attività, costituite dal combustibile
nucleare irraggiato e dalle scorie primarie
del riprocessamento, derivanti unicamente dalle
centrali nucleari e dagli impianti di riprocessamento.
Un tipico reattore nucleare ne produce
annualmente circa 30 tonnellate che corrispondono
una volta riprocessate a 4 mc di materiale.
Le scorie a bassa e media attività resteranno
pericolose per centinaia d’anni (circa 300) quelle ad
alta attività, che pur costituendo il 3% del volume
totale rappresentano da sole il 95% della radioattività
complessiva, manterranno la loro carica mortale
per molte migliaia di anni (fino a 250.000 anni).
Periodi lunghissimi, che vanno molto al di là non
solo dell’arco di una vita umana, ma anche della
possibile durata di una “civiltà” e perfino della storia
dell’esistenza umana così per come la conosciamo.
Questi dati dovrebbero bastare da soli a darci
la dimensione dell’incommensurabile grandezza
del problema con il quale ci stiamo confrontando e
dell’assoluta impossibilità della tecnologia scientifica
attuale (e con tutta probabilità anche futura) di
smaltire in qualche maniera l’enorme carico di
materiale radioattivo che anno dopo anno si sta
accumulando (come conseguenza dell’attività delle
oltre 400 centrali nucleari disseminate sul pianeta).
Ogni anno queste centrali, presenti in 31 nazioni,
producono migliaia di tonnellate di scorie.5
Anche nel caso (improbabile) di una perfetta
tenuta delle strutture di stoccaggio per tutto l’arco
di tempo, subentrerebbe comunque l’altissimo
rischio di eventi imponderabili quali guerre, terremoti,
alluvioni e incidenti di vario genere, la cui
possibilità in un periodo così lungo e per come
stanno adesso le cose nel mondo, risulta tutt’altro
che remota.
Le mappe che indicano i depositi esistenti nel
mondo riguardano quasi esclusivamente i rifiuti
nucleari a bassa radioattività e viene spontaneo
domandarsi cosa ne sia stato delle scorie ad alta
radioattività.
In realtà, per custodire i rifiuti nucleari ad alta
radioattività non è stato fatto assolutamente
UN PALAZZO DI PIÙ DI SESSANTA PIANI DI PAURE ATOMICHE
LA MAPPA DEGLI 80.000 METRI CUBI DI SCORIE NUCLEARI IN ITALIA
nulla. O meglio, tutto il gotha della tecnologia
mondiale ha dimostrato di non avere assolutamente
né i mezzi né tanto meno le conoscenze tecnico/
scientifiche per affrontare un problema che
travalica di gran lunga le capacità operative dell’essere
umano, qualunque siano le competenze
tecniche raggiunte. “Rapportarsi con periodi di
tempo il cui ordine è quello delle ere geologiche
significa abbandonare ogni stilla di realismo, per
rifugiarsi fra le pieghe dell’utopia, dell’incoscienza
e della pazzia. Nulla e nessuno potrà mai prevedere
le mutazioni di ogni genere che riguarderanno
il pianeta nei prossimi 100/200.000 anni, né
individuare luoghi o spazi adatti a stipare in sicurezza
le scorie ad alta radioattività in un futuro
tanto lontano”.6
In attesa di una soluzione che mai potrà essere
trovata, le 440 centrali nucleari di cui è costellato
il pianeta lavorano a pieno regime e i rifiuti ad
alta radioattività vengono semplicemente stoccati
in depositi “di fortuna” in attesa di un trasferimento
definitivo che non avverrà mai. Il
Dipartimento dell’Energia (DOE) americano, per
risolvere (in realtà, si tratta piuttosto di “rammendare”)
il problema delle scorie nucleari, impiegherà
dai 70 ai 100 anni, spendendo dai 200 ai
1.000 miliardi di dollari. Con tutta probabilità,
quando il deposito sarà terminato, e cioè non
prima del 2015, la quantità di nuove scorie accumulatesi
nel corso degli anni (al ritmo di 2.300
tonnellate annue) richiederà immediatamente la
costruzione di un nuovo deposito. Inoltre, studi
scientifici effettuati da commissioni non governative
hanno dimostrato che, nel lungo periodo,
sarà impossibile impedire le infiltrazioni delle
acque sotterranee nel deposito.
L’attuale stato di conservazione delle scorie nei
vari paesi è spesso estremamente precario e anche
le più elementari norme di sicurezza non sono
neppure prese in considerazione, costituendo la
potenziale occasione per incidenti di gravità
anche superiore rispetto a quello di Chernobyl.
Questo non avviene solo nei paesi meno sviluppati
e nell’est europeo, ma anche in Europa e
negli Stati Uniti che, dal punto di vista tecnologico,
rappresentano una delle realtà fra le più avanzate
al mondo. Diciamo pure che il problema è
ovunque irrisolvibile, pensate che persino l’uranio
usato nel 1942 da Enrico Fermi è ancora in
attesa di una sistemazione finale.
La “banda dell’atomo” (Berlusconi, Bush,
Sarkozy e compagnia atomica) che, anche in
Italia, sta tentando di riproporsi con la promessa
di energia a buon mercato può solo fingere che i
rifiuti radioattivi non esistano, poiché qualunque
tentativo serio di smaltimento degli stessi, avrebbe
dei costi esorbitanti (a fronte di ben scarsa resa)
e li metterebbe inevitabilmente fuori dai giochi. Il
pericolo più grave, posto nell’immediato, è quello
che alcune organizzazioni (molte delle quali private)
fra quelle che gestiscono le centrali e il loro
contenuto scelgano la strada più semplice e decidano
di far “sparire” le proprie scorie, magari in
fondo al mare o interrandole in vecchie cave e gallerie
in disuso, confidando nel fatto che difficilmente
un simile crimine ecologico verrebbe alla
luce in tempi brevi.
Il rapporto dell’Italia con le proprie scorie
nucleari è esemplificativo. Nel nostro paese tutto
ciò che oggi riguarda il nucleare fa capo alla
Società Gestione Impianti Nucleari S.p.S.
(SOGIN) istituita nel 1999, che ha incorporato
tutte le stru t t u re e le competenze che prima
appartenevano all’Enel nell’ambito del nucleare.
Presidente della SOGIN è il generale Carlo Jean
che, nel febbraio 2003, ha così quantificato i rifiuti
radioattivi presenti in Italia: circa 50.000 metri
cubi (mc) di scorie radioattive a bassa e media
radioattività, circa 8.000 mc di scorie radioattive
ad alta radioattività, 62 tonnellate di combustibile
irraggiato, oltre a ospedali, acciaierie, impianti
petrolchimici e così via che producono circa 500
tonnellate di rifiuti radioattivi ogni anno.

Dal 1989 in poi il cittadino italiano ha iniziato a
pagare, attraverso un’addizionale sulle bollette
Enel, i cosiddetti “oneri nucleari” destinati in un
primo tempo a compensare l’Enel e le altre società
collegate per le perdite conseguenti alla dismissione
delle centrali. Dal 2001 fino al 2021 gli oneri
sono stati destinati alla SOGIN e finalizzati alla
messa in sicurezza degli 80.000 mc di scorie radioattive
frutto dell’attività nucleare. Alla data del
2021 i cittadini avranno pagato attraverso addizionali
sulla bolletta Enel la cifra astronomica di
11 miliardi di euro.

[fonte]

25/02/09

Accordo nucleare tra Sarkozy e Berlusconi! La morte della democrazia e non solo...

E' stato fatto un referendum l' 8-9 novembre 1987, e la maggioranza aveva deciso per il NO alle centrali nucleari! Tutti, compresa la destra votarono per il NO AL NUCLEARE, solo qualcuno delle "fazioni" di centro votarono per! Ed ora? ... se questa la chiamano DEMOCRAZIA!
Ma sono gli interessi del premier che sovrastano ...

Quando invece ci sono sitemi migliori e PULITI per produrre energia PULITA e SALVARE IL MONDO!!!
Vi invito a leggere il POST seguente (
L'Atlante per l'ambiente - Analisi e soluzioni) e quello del 24/06/08 No al Nucleare, Sì all'Energia Pulita.

... e come diceva qualcuno che non mi ricordo chi: Non c'è più il futuro di una volta!

19/02/09

LA RECESSIONE IN ATTO DÀ FUOCO ALLE PROTESTE

La brace SOTTO LA CRISI
Un grido d'allarme si leva per l'ondata di manifestazioni scatenata dagli effetti sociali del terremoto economico in atto. Dai cortei italiani e francesi alle insurrezioni studentesche in Grecia, dall'amaro risveglio nei paesi neofiti del capitalismo in Europa orientale al protezionismo salariale britannico, la conflittualità riesplode, ma quello che è cambiato davvero è la nuova paura dei «decisori»
«La perdita dei posti di lavoro minaccia la stabilità in tutto il mondo» titolava in prima pagina il New York Times di domenica. È un grido d'allarme che riflette l'ansia con cui finanzieri e industriali - o, più pudicamente, «i mercati» - monitorizzano gli effetti politici e sociali della recessione in atto.
La domanda è: quanto è giustificato questo allarme dalle proteste in corso, e quanto invece riflette il timore per quanto deve ancora avvenire? Abbiamo ancora negli occhi l'imponente corteo della Cgil di venerdì scorso a Roma. E certo, il riepilogo offerto dalla Reuters delle proteste scoppiate in giro per l'Europa non può non colpirci.
Particolarmente inquieti sono i nostri vicini greci, a giudicare non solo dai blocchi stradali organizzati a gennaio dagli agricoltori (ancora in questo mese la polizia ha represso manifestazioni contadine a Creta), ma soprattutto dalle insurrezioni studentesche di dicembre, alimentate tanto dall'ottusa repressione governativa quanto dall'altissimo tasso di disoccupazione giovanile.
Né sono più tranquilli i nostri vicini occidentali: a gennaio più di 2,5 milioni di francesi sono scesi in piazza per protestare contro la (non) risposta alla crisi data dal presidente Nicholas Sarkozy. Ma forse è sfuggito a molti che le proteste più violente si sono scatenate non sul territorio metropolitano francese, ma in quella parte di Francia che è situata nei Carabi, nell'isola di Guadalupe, paralizzata per tre settimane da uno sciopero generale contro l'alto costo della vita: i protestanti hanno bloccato strade, supermercati, pompe di benzina.
Il malcontento serpeggia anche in Germania, come è dimostrato dal recente sciopero del settore pubblico e dagli avvisi di sciopero depositati nelle ferrovie (e a Lufthansa).
Gli italiani hanno poi seguito con inquietudine le azioni degli operai inglesi che protestavano contro l'azienda francese Total che aveva assunto lavoratori italiani e portoghesi per ampliare una propria raffineria nel Lincolnshire: per la prima volta da anni è emerso qui un protezionismo non mercantile, ma salariale, un «protezionismo operaio». Per quanto il tasso di disoccupazione in Gran Bretagna (del 6,1%) sia ancora tra i più bassi in Europa, il suo aumento rappresenta una brusca inversione di tendenza rispetto al boom degli anni (1997-2007). E nella City la situazione è ancora peggiore, visti i licenziamenti a raffica del settore finanziario: martedì scorso i bancari hanno dimostrato di fronte a Whitehall.
Interessante è il caso dell'Islanda: questa piccolissima nazione (286.000 abitanti) era assurta a perno della finanza mondiale, un ruolo spropositato con le sue risorse. Il crollo dell'autunno scorso ne ha fatto esplodere la bolla speculativa, e a gennaio l'isola dei ghiacci è stata scossa da manifestazioni, alcune insolitamente violente, tanto che il primo ministro Geir Haarde si è dovuto dimettere, sostituito da una coalizione di centrosinistra.
Ma dove l'impatto si è rivelato più duro e il risveglio più amaro, è stato nei paesi neofiti, appena convertiti al capitalismo. In Bulgaria, dopo che il mese scorso una sommossa aveva già sconvolto Sofia, la settimana scorsa sono stati i poliziotti a protestare per ottenere un aumento salariale, mentre i contadini bulgari bloccavano l'unico ponte sul Danubio che collega con la Romania. In Montenegro, gli operai di un'impresa di alluminio di proprietà russa hanno chiesto a Podgorica la riapertura della fabbrica chiusa per la crisi, appoggiati dai coltivatori di tabacco e dai siderurgici di Niksic. Inverno caldo anche nelle repubbliche baltiche: a gennaio in Lituania la polizia ha sparato gas lacrimogeni contro dimostranti che tiravano pietre contro il parlamento (80 arresti e 20 feriti), mentre anche nella vicina Lettonia 10.000 manifestanti affrontavano la polizia per protestare contro gli annunciati tagli salariali. Anche i contadini hanno lanciato una serie di azioni sfociate il 3 febbraio con le dimissioni del ministro dell'agricoltura lettone.
La lista può continuare: la protesta a Banja Luka dei metallurgici bosniaci della fabbrica di alluminio Birac; la sequela di proteste che dal mese scorso scoppiano un po' in tutte le città russe e la persistente agitazione degli importatori di auto usate a Vladivostok (vedi articolo accanto).
Insomma, sembrerebbe davvero che la brace sta covando sotto una lunga cenere, che la recessione stia scuotendo inerzie decennali. Ma è davvero così? Per il momento è troppo presto per dirlo. Anzi, a scorrere le passate cronache degli scioperi nei vari paesi, si potrebbe persino sostenere che per il momento il livello di conflittualità non è più alto del solito: scioperi e proteste scoppiano ogni mese in qualche parte d'Europa e del mondo.
Quel che è radicalmente cambiato è il livello di attenzione prestato dalle classi dirigenti alle azioni salariali. L'impressione è che i «decisori» (per usare il brutto termine coniato dagli eurocrati) si stiano impaurendo per le conseguenze di una crisi di cui non avevano misurato l'ampiezza. Come è noto, i «mercati» hanno un'idiosincrasia per la piena occupazione, quando la forza lavoro ha più margini di contrattazione e dispone di leve più forti, tant'è che a ogni aumento della disoccupazione le borse registravano storicamente un rialzo. Ma una cosa è l'occupazione «non-piena», altra cosa è il dilagare della disoccupazione di massa che si delinea all'orizzonte. Tanto più che continuano a piombare pessime notizie, come il crollo dell'economia giapponese il cui Pil è sceso del 12% in un solo anno, il calo peggiore dalla seconda guerra mondiale. O come i 20 milioni di immigrati nelle città che in Cina hanno dovuto riprendere la via delle campagne perché licenziati. Nell'ansia con cui trepidano gli organi di stampa del gran capitale s'intralegge anche un altro timore: quello di aver esagerato, di aver tirato troppo la corda (quella dello sfruttamento), di aver tanto lesinato sulle retribuzioni da distruggere ogni domanda al consumo.

[fonte: di Marco d'Eramo IL MANIFESTO INTERNAZIONALE 17.02.2009]

14/01/09

M’ILLUMINO DI MENO 2009 Giornata del Risparmio Energetico - 13 febbraio 2009 -

Per il quinto anno consecutivo Caterpillar, il noto programma di Radio2 in onda tutti i giorni dalle 18 alle 19.30, lancia per il 13 febbraio 2009 M’illumino di meno, una grande giornata di mobilitazione internazionale in nome del risparmio energetico.

Dopo il successo delle passate edizioni, i conduttori Cirri e Solibello chiederanno nuovamente ai loro ascoltatori di dimostrare che esiste un enorme, gratuito e sotto utilizzato giacimento di energia pulita: il risparmio. L’invito rivolto a tutti è quello di spegnere luci e dispositivi elettrici non indispensabili il 13 febbraio 2009 dalle ore 18.

Nelle precedenti edizioni M’illumino di meno ha contagiato milioni di persone impegnate in un’allegra e coinvolgente gara etica di buone pratiche ambientali. Semplici cittadini, scuole, aziende, musei, gruppi multinazionali, società sportive, istituzioni, associazioni di volontariato, università, commercianti e artigiani hanno aderito, ciascuno a proprio modo, alla Giornata del Risparmio. Lo scorso anno il “silenzio energetico” coinvolse simbolicamente le piazze principali in Italia e in Europa: a Roma il Colosseo, il Pantheon, la Fontana di Trevi, il Palazzo del Quirinale, Montecitorio e Palazzo Madama, a Verona l’Arena, a Torino la Basilica di Superga, a Venezia Piazza San Marco, a Firenze Palazzo Vecchio, a Napoli il Maschio Angioino, a Bologna Piazza Maggiore, a Milano il Duomo e Piazza della Scala ma anche Parigi, Londra, Vienna, Atene, Barcellona, Dublino, Edimburgo, Palma de Mallorca, Lubiana si sono “illuminate di meno”, come altre decine di città in Germania, in Spagna, in Inghilterra, in Romania.
Anche grazie al contributo di ANCI e ANPCI nella diffusione capillare dell’iniziativa, molte città italiane si sono mobilitate per coinvolgere i comuni gemellati all’estero: un passaparola virtuoso che, anche tramite il coinvolgimento delle ambasciate, ha consentito di spegnere luci davvero in ogni parte del mondo. Dopo il successo europeo dell'edizione 2008, per il 2009 vorremmo dar spazio non solo alle istituzioni ma anche ai cittadini d’Europa, invitando tutti, insegnanti, sportivi, professionisti, associazioni, a creare gemellaggi inediti tra categorie o tra singoli individui diffondendo la campagna di sensibilizzazione oltre confine.

La campagna di M’illumino di meno 2009, che ha ottenuto il patrocinio del Parlamento europeo per il secondo anno consecutivo, inizia il 12 gennaio e si protrarrà fino al 13 febbraio, dando voce al racconto delle idee più interessanti e innovative, in Italia e all’estero, per razionalizzare i consumi d’energia e di risorse, dai piccoli gesti quotidiani agli accorgimenti tecnici che ognuno può declinare a proprio modo per tagliare gli sprechi.
Quest’anno l’inno di M’illumino di meno è stato scritto e interpretato da Frankie HI-NRG MC. Il brano è scaricabile gratuitamente su www.caterpillar.rai.it .
Sul sito del programma è anche possibile segnalare la propria adesione alla campagna, precisando quali iniziative concrete si metteranno in atto nel corso della giornata, in modo che le idee più interessanti e innovative servano da esempio e possano essere riprodotte.

La redazione di Caterpillar
millumino@rai.it - www.caterpillar.rai.it

visita www.radio.rai.it

21/11/08

PRIGIONIERI DEL SUPEREURO

La moneta unica sta danneggiando l’Italia. A causa degli exploit sui mercati della Germania. Parola di uno studioso tedesco di commercio e sviluppo.
Colloquio con Heiner Flassbeck di Federica Bianchi

Nel decimo compleanno dell’euro, Heiner Flassbeck, il capo economista dell’Unctad, l’agenzia dell’ONU che si occupa di commercio e sviluppo internazionale, è critico con la banca centrale europea per la sua “fissazione”, come dice lui, sull’inflazione, che rischia di ingabbiare l’attività produttiva dei paesi più deboli come l’Italia e di metterli in ginocchio per sempre, costringendoli ad uscire dall’unione monetaria. “La situazione economica europea non è ne buona né cattiva”, spiega dal suo ufficio di Ginevra:” Il problema è che il tasso di crescita dell’economia è stato sostanzialmente debole: la disoccupazione è scesa, è vero, ma ci troviamo in un trend economico negativo dovuto alla crisi finanziaria dei mercati, ma anche all’euro forte”.
Quali sono i paesi maggiormente colpiti dal supereuro e per quali motivi?
“L’euro forte danneggia in particolare i paesi europei della fascia mediterranea. Il problema principale è che abbiamo creato dei divari enormi nel rapporto tra costo nominale del lavoro e livello competitivo dei paesi europei. In una unione monetaria questa situazione pone le premesse per io disastro. Prima o poi il sistema collasserà. In cinque, dieci o 15 anni, non so. Ma il sistema monetario, con questi enormi divari tra aziende italiane e tedesche, cadrà di sicuro. Il Nord Italia compete con la Germania in tanti campi. Ma, sebbene in Italia l’aumento dei salari sia moderato, non potete sopravvivere a meno che la Germania non aumenti i suoi salari”.
In quel caso sarebbe possibile ripristinare l’equilibrio?
“Quasi impossibile. Anche se la Germania permettesse una crescita dei salari e l’Italia non modificasse niente, al vostro paese occorrerebbero dieci anni per raggiungere appena lo stesso rapporto tra costo del lavoro e produttività che ha la Germania. Ciò vuol dire che perfino nel 2017 l’Italia non guadagnerebbe quelle quote di mercato che ha perso a favore della Germania negli ultimi vent’anni. Ma è impossibile che la Germania aumenti questi salari, la Banca centrale direbbe che creerebbe inflazione. Quindi non succederà. Non credo comunque che questo scenario sia realistico: realistico è un processo di aggiustamento molto più lungo oppure il collasso del sistema monetario europeo. Una volta che un paese ha perso competitività e quote di mercato, e il paese vincente è un paese tanto grande e forte come la Germania, la situazione diventa drammatica. Il surplus commerciale della Germania sta esplodendo, mentre tutti gli altri paesi del Mediterraneo stanno soltanto in deficit”.
Che soluzione propone?
“Quello che nessuno capisce è che la Germania ha rotto le regole implicite del sistema monetario molto più dell’Italia. In Italia tutti pensano che sia il contrario. Ma se si guarda il grafico (vedere qui sotto) si nota che la Germania ha deviato dalla ‘linea di inflazione neutrale’ più dell’Italia. La Germania dovrebbe aumentare i salari. In Italia tutti pensano che bisognerebbe aumentare la produttività soffrire, ma L’Italia ha sbagliato molto meno della Germania. La Germania è il cattivo in questo caso, non l’Italia. La curva del consumo in Germania è piatta come quella del costo del lavoro a causa della filosofia secondo cui noi tedeschi dobbiamo sempre i campioni dell’export nel mondo. Ciò che la gente non capisce è che in una unione monetaria non si può più fare. Lo puoi fare con gli USA: loro possono svalutare la moneta e il problema è risolto. Nel 1992, quando l’Italia ha avuto problemi competitivi ha svalutato e non ci sono stati problemi. Ma con l’euro non si può fare. Se la Germania continua a combattere per avere una chance di aggiustamento alla fine. Salvo il collasso del sistema”.
Eppure ultimamente le esportazioni tedesche hanno perso smalto…
“Le esportazioni in Germania non stanno scendendo: non salgono tanto come prima. E se scendono non è nei confronti dell’Europa, ma nei confronti degli USA che hanno svalutato la moneta. In Europa, la Germania è di gran lunga il paese economico più forte. E tale rimarrà per i prossimi 500 anni se le cose non cambiano drammaticamente. Se la Germania non cambia politica, succederà in Europa quello che è successo nella Germania dell’Est: è rimasta economicamente morta mentre quella dell’Ovest deve pagarei trasferimenti. Vogliamo la stessa situazione in Europa? Se aumentassero i salari in Germania, i cittadini potrebbero consumare di più e l’Italia esportare di più. Ne guadagnerebbero tutti”.
Cosa dovrebbe fare l’Italia per aumentare la sua produttività?
“Più investimenti. Ma non avverrà. La Banca centrale è troppo restrittiva e la Germania troppo forte. Non c’è modo che l’Italia possa riguadagnare competitività”.
E allora?
“Italia, Spagna, Portogallo, e Grecia dovrebbero andare a Bruxelle e chiedere di ripristinare lo schema macroeconomico del dialogo. Mario Draghi deve dire che l’Italia non può andare avanti così, e che è soprattutto colpa dei tedeschi. Ero a favore dell’euro, ma per me è stato sempre chiaro che era importante avere uno schema di cooperazione per evitare il gap dei salari”.
Sarebbe positivo o negativo per l’Italia uscire dall’Unione monetaria?
“Dipende da come si esce. Chi potrebbe dire che cose sciocche potrebbero fare i politici italiani fuori dell’euro! Ma sicuramente un deprezzamento della moneta sarebbe inevitabile. Basta guardare all’Argentina: diceva che avrebbe avuto per sempre un cambio fisso con gli USA, ma è durato solo nove anni. Poi l’esperimento è finito e l’Argentina ha deprezzato la moneta del 300 per cento. Nessuno in Europa ha pensato ad una eventualità simile fino a oggi”.
Come si sta comportando la Banca centrale europea?
“Sono critico nei confronti della Banca centrale europea. Reagisce con troppa lentezza. Avrebbe dovuto tagliare i tassi d’interesse, ma non sta facendo nulla per paura dell’inflazione. E’ ridicolo, con il prezzo del petrolio a 130 dollari al barile e un aumento annuo del 3 per cento, dire che siamo a rischio d’inflazione. Non è inflazione: è un aumento straordinario del prezzo delle materie prime”